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Le startup europee affogano nella burocrazia, e la Grande Semplificazione non arriva
Il 79% dei founder tech europei ha subito un impatto concreto da attrito regolatorio nell'ultimo anno. Lo dice un report di DutchBasecamp, realizzato con la Computer & Communications Industry Association su 155 founder intervistati tra febbraio e giugno 2026, ripreso da ITPro. Il dato arriva mentre Bruxelles promuove da mesi il Digital Omnibus come il pacchetto che dovrebbe alleggerire il carico normativo su AI Act, GDPR e Data Act. Il confronto tra la semplificazione annunciata e i ritardi raccontati dai founder è il punto da cui partire.
I numeri del report vanno letti in sequenza, perché ciascuno racconta una fase diversa del danno. Il 58% dei founder ha rimandato l'ingresso in un altro mercato UE, il 45% ha cancellato una funzione di prodotto, il 44% ha perso o ritardato un accordo commerciale per vincoli regolatori.
Quasi un quarto degli intervistati, il 24%, ha speso oltre il 30% del proprio budget in costi di conformità. Un'altra quota identica sta valutando o ha già avviato il trasferimento della sede legale fuori dai confini UE. Un 21% dichiara di non aver subito impatti materiali: la burocrazia pesa sulla maggioranza, non su tutti allo stesso modo.
I founder intervistati non descrivono l'AI Act come un ostacolo insormontabile in sé. Descrivono l'ansia di pianificare un prodotto attorno a obblighi che possono ancora cambiare o restare ambigui fino a ridosso della scadenza applicativa.
Questa distinzione conta più del generico lamento sulla "troppa burocrazia" da comunicato stampa. Un costo di compliance noto si mette a budget e si negozia con gli investitori. Un costo che dipende da una norma ancora in negoziato tra Parlamento e Consiglio non si può stimare, e questo blocca decisioni di prodotto che con una regola stabile sarebbero già state prese.
Il pacchetto Digital Omnibus, su cui Consiglio e Parlamento hanno raggiunto un accordo a maggio, prevedeva una segnalazione unica per gli incidenti cyber al posto di sette framework di notifica sovrapposti, e una base giuridica di "legittimo interesse" per l'addestramento responsabile dei modelli AI.
Entrambe le misure stanno perdendo sostanza nel negoziato. Alcuni Stati membri resistono alla segnalazione unica, e la base giuridica sul legittimo interesse è stata stralciata dal testo in discussione. Daniel Friedlaender, responsabile di CCIA Europe, lo dice senza mezzi termini nel comunicato che accompagna il report: "Avevamo avvertito fin dall'inizio che le proposte della Commissione per semplificare il mosaico di regole digitali europee erano solo il minimo indispensabile. Invece di andare oltre, Parlamento e Consiglio stanno ora indebolendo, respingendo o rinviando anche le correzioni più basilari. Se continuiamo a non risolverli, non possiamo stupirci se i nostri founder cercano il successo fuori dall'UE."
Va detto, per completezza, che qualche passo di alleggerimento è reale. Gli obblighi per i sistemi ad alto rischio sono stati rinviati al 2 dicembre 2027 per i sistemi standalone e al 2 agosto 2028 per quelli integrati in prodotti già regolati, come raccontato quando l'Europa aveva rimandato l'entrata in vigore delle regole più severe. Le soglie per la definizione di PMI semplificata sono state estese fino a 750 dipendenti e 150 milioni di euro di fatturato, un perimetro che copre aziende ben più grandi di una startup in fase seed. Si potrebbe pensare che questi rinvii bastino a risolvere il problema, ma la sostanza del report dice altro: la morbidezza intermittente non equivale a prevedibilità, e chi ha già segnalato che le regole ammorbidite creano più problemi alle imprese lo aveva scritto prima che i dati DutchBasecamp lo confermassero.
Per una startup di 15 persone, mettere in regola un solo sistema AI classificato ad alto rischio costa tra 15.000 e 40.000 euro nel primo anno, secondo la roadmap di conformità AI Act pubblicata su queste pagine, cifra che esclude il tempo interno assorbito da product manager e ingegneri.
Per Meta, Google, OpenAI o Amazon l