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Dalla lotta all'apartheid all'Onu, le battaglie di Navi Pillay
La vita di Navanethem 'Navi' Pillay, la giurista cui è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026, è punteggiata dai primati: nel 1967 divenne la prima donna ad avviare uno studio legale nella provincia sudafricana del Natal ed fu poi la prima donna non bianca a essere nominata giudice dell'Alta Corte in Sudafrica. Ma è la sua biografia negli anni della formazione - come ragazza, come studentessa e anche come figlia - che contribuisce a meglio tracciare il profilo della donna e della professionista.
Nasce Navanetham Nadoo nel 1941 in un sobborgo povero di Durban, nella provincia sudafricana del Natal. Il padre era un conducente di bus. Di origini tamil, i suoi nonni arrivarono in Sudafrica dall'India per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Navanetham è la quinta di otto figli cresciuti con forti valori Indù. Gli studi furono per lei possibili anche grazie all'aiuto della comunità indiana locale, la stessa in cui la gran parte delle sue compagne erano già mogli - o promesse spose - in età giovanissima.
Conclude il percorso universitario nel 1965 e l'esperienza di quegli anni fu cruciale per le sue scelte future: durante l'apartheid per la gran parte delle lezioni veniva imposta la segregazione. Le risorse, già limitate, a disposizione degli studenti non bianchi dovevano essere condivise fra tutti. Negli anni universitari conobbe anche il futuro marito, avvocato, che sposò nel 1965.
Ad Harvard arrivò negli anni '80, nel 1982 conseguì un master poi il dottorato nel 1988: è stata la prima sudafricana a ottenere un dottorato in scienze giuridiche presso la Harvard Law School. Per 28 anni ha lavorato in Sudafrica difendendo gli oppositori dell'apartheid e i prigionieri politici: tra loro in quegli anni c'era anche Nelson Mandela. Quest'ultimo nel 1973 era detenuto nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, quando una giovane e tenace avvocata fu in grado di promuovere un'azione legale che riconobbe per la prima volta ai detenuti politici il diritto fondamentale di avere accesso a consulenze legali e avvocati. Non è escluso allora che quella svolta cementò il rapporto proprio con Mandela, il quale nel 1995 - un anno dopo la sua elezione alla presidenza del Sudafrica - la nominò giudice dell'Alta Corte sudafricana: la prima donna non bianca a ricoprire tale incarico.
"La prima camera di un giudice in cui sono entrata è stata la mia", ha ricordato dopo Pillay, perché con l'apartheid alle persone non bianche non era consentito nemmeno entrare nell'ufficio di un magistrato. Poi la lista di incarichi di rilevanza internazionale: nel 1995 venne nominata giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite (e per quattro anni fu l'unica donna giudice a farne parte ) e dal 1999 al 2003 ne fu la presidente. Dal 2003 al 2008 fu la volta della Corte Penale Internazionale. Poi, nel 2008, la nomina ad Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Fino a poco tempo fa ha presieduto la Commissione d'inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e attualmente è giudice della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è stato accusato dal Gambia di genocidio nei confronti dei Rohingya.