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VisionQuest - La recensione senza spoiler
A meno di improbabili resurrezioni per Armor Wars, VisionQuest dovrebbe essere l’ultima miniserie a vedere la luce da quel coacervo di annunci sparati a raffica da Marvel qualche anno fa, quando eravamo in piena frenesia postpandemica. Poco dopo venne tirato il freno a mano, con un cambio radicale di approccio, tant’è che oggi ci ritroviamo con una sola serie "live action" annunciata in via ufficiale, praticamente l’altro ieri, e prevista per il 2028. E in un certo senso è simbolico che, al netto della terza stagione di Daredevil: Rinascita, a chiudere quella fase così espansiva ci pensi la serie che va anche a concludere una trilogia avviata nel 2021 da WandaVision, prima serie dell’MCU "vero" arrivata su Disney+ e proseguita poi con Agatha All Along.
Tra l’altro, l’esistenza di Agatha All Along, inizialmente non prevista e annunciata dopo il successo riscosso dal personaggio nelle sue prime apparizioni, è fra i motivi per cui VisionQuest non è stata "condotta" da Jac Schaeffer, principale artefice della grande personalità ed esuberanza visiva, tematica e narrativa delle due serie stregonesche MCU. Gli impegni produttivi sovrapposti, oltre a questioni personali, hanno fatto sì che Schaeffer si limitasse a un ruolo di produttrice esecutiva, mentre l’uniforme da showrunner è stata affidata a Terry Matalas, veterano della TV di genere fin dai tempi di Star Trek: Enterprise e distintosi nell’ultimo decennio con il cult 12 Monkeys e il nostalgico Star Trek: Picard.
Matalas, diciamolo subito, è riuscito a creare una serie che mantiene buona coerenza estetica, narrativa, di scrittura e di atmosfera rispetto alle due precedenti, ma trova anche una sua identità virando il contesto da quello della stregoneria a quello tecnologico. Lo spunto centrale, però, rimane a grandi linee lo stesso, ovvero l’utilizzare dei mondi fittizi, diorami bizzarri e citazionistici, come struttura allegorica per raccontare le tematiche e le turbe emotive che percorrono le vite dei protagonisti. Solo che qui non si tratta di altrimondi magici ma di costrutti informatici, rappresentazioni umanistiche del cyberspazio che scorre fra le teste degli androidi al centro del racconto.
Avevamo lasciato il nuovo Visione bianco al termine di WandaVision in una situazione complessa, "popolato" dai ricordi della sua versione originale ma privo delle emozioni ad essi legate. Insomma, si ricorda di essere morto, di aver poi vissuto per qualche tempo una vita fittizia in cui era sposato con figli, di aver perso anche quell’angolo di paradiso. E poi, per completezza, sa che in sua assenza è morta Wanda. Sa anche, però, che tecnicamente quelle cose sono accadute a "un altro Visione" e, come detto, gli mancano le emozioni ma non è comunque un bel bagaglio da portarsi dietro. E anche per questo lo ritroviamo impegnato a cercare di risolvere un enigma chiamato umanità.
Da un lato, prova a portare avanti lo studio degli esseri umani e il suo tentativo di comprenderli semplicemente vivendo fra di loro, dall’altro cerca di trovare una ragione in queste "registrazioni" di una vita vissuta da un altro androide, provando a capire cosa significhino per lui, quanto possano essere considerate reali le cose accadute in WandaVision e come rapportarsi a una lunga serie di eventi emotivamente molto forti ma che per questo Visione non significano nulla... o per i quali, forse, non si sente legittimato a provare emozioni.
In questa sua impresa, si fa aiutare da una banda di intelligenze artificiali che ha immagazzinato nella sua banca dati, visualizzata - per suo e nostro intrattenimento - sotto forma di una villa piazzata nel bel mezzo di un terreno bucolico, dove Visione e le suddette I.A. vivono come una sorta di famiglia improvvisata.
Queste, per altro, sono tutte vecchie conoscenze di produzione Stark e includono anche un certo pazzo genocida il cui nome inizia per U. Sarà veramente il caso di mantenerlo operativo e intrattenere conversazioni con lui? Probabilmente no, ma di sicuro n