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Clayface - La recensione
Superman, Supergirl e ora Clayface: il terzo film del DC Universe di James Gunn, il nuovo universo che cerca di raccontare la DC Comics al cinema, è dedicato a un cattivo di Batman. Al momento dell'annuncio il pensiero subito è corso allo "Spider-Man Universe" di Sony e alle pellicole che lo hanno costellato, una più tremenda dell'altra, ma è meglio chiarirlo subito: no, Clayface non è il "Morbius del DCU", come qualcuno ha scritto oltreoceano, cosa che ha fatto notizia negli ultimi giorni. Non lo è, quindi, ma poteva e forse doveva essere di più.
Matt Hagen è un attore che perde tutto, partendo dal viso, e ritrovare questo tutto non è facile, a meno di non trovarsi in un mondo-fumetto che possiede tecnologie incredibili. Tentando di riottenere le sue caratteristiche finisce però col diventare pura argilla, potendo sì trasformare il proprio corpo a piacimento, ma rimettendoci un po' di salute mentale, soprattutto se a guidare il tutto sono la vendetta e l'ossessione verso una ragazza. Per sommi capi, Clayface racconta questo, il resto sarebbe spoiler e non è il caso. Ma come lo fa? Non malissimo, non benissimo.
Se un film ricorda Darkman o La mosca, ma un po' annacquati, perché dovrei vederlo e non riguardare quelli? La domanda balena in testa durante tutta la pellicola che procede in maniera un po' goffa e lenta. La regia di Watkins è quasi inesistente, la fotografia un po' spalmata, un po' telenovela. Però ci sono buone idee e tematiche forti, così come scene body-horror che senz'altro fanno il loro, nell'ottica di doversi infilare in un universo condiviso dove c'è un cane che vola e spara raggi dagli occhi. La verità, infatti, è che quantomeno Clayface è perfettamente calato nel DCU e anzi, chi aveva dei dubbi in merito alla sua apparizione in Creature Commandos (serie canonica disponibile su HBO Max) può stare tranquillo: è lui.
Non è un caso che Mike Flanagan poco prima dell'uscita si sia prodigato di far notare come il soggetto che ha consegnato a Warner Bros. sia stato stravolto e cambiato parecchio, che non è un suo film, forse perché lo ha visto e si è accorto che non osa mai davvero. È un horror riuscito a metà e un film DC su un cattivo riuscito a metà: sembra non riuscire ad accontentare nessuna delle tipologie di pubblico che cerca. Tom Rhys Harries ci mette la faccia, e lo fa bene, porta in scena un Matt Hagen spaurito e disperso, in cerca di sé stesso, anche prima dell'incidente; a volte forse un po' teatrale, ma sempre convincente.
È un po' l'unico a spiccare nel film laddove l'interesse amoroso del protagonista, la dottoressa Caitlyn (Naomi Ackie), fa lo stretto indispensabile e il resto del cast è composto da poco più che figuranti. L'uso dei poteri non fa sconti quando si tratta di inorridire lo spettatore, anche se il budget ridotto spinge spesso un "vedo non vedo" che a volte funziona, altre no. Questo porta a dei momenti anche comici in maniera involontaria, come ad esempio quella che dovrebbe essere la "battaglia finale"; al contrario, i segmenti più momenti intimi di Matt, che deve affrontare un corpo che non gli risponde più, sono quelli meglio riusciti.
Il film si prende la briga di raccontarla molto, questa trasformazione, anche dal punto di vista biologico e medico, con una serie di tecnobubbole degne del miglior Star Trek che non sono davvero necessarie, e asciugare tutti quei momenti avrebbe senz'altro giovato al ritmo. Ritmo che vive di due diverse anime anche per via di un montaggio che convince, guarda caso, a metà. La prima parte quasi corre per farci arrivare al momento dell'esperimento che trasforma Matt, per poi tirare il freno a mano bruscamente, tornando a premere sull'acceleratore nelle sequenze finali.
Non è spoiler dire che Matt può diventare chi vuole, fa parte del personaggio: il film usa spesso bene questa peculiarità, ma mai in maniera eccelsa. Le facce di Hagen cambiano quasi per magia, istantaneamente; nella serie animata degli anni '90, a cui espressamente questo film si r