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IGN Retro: Tekken 3
Ogni tanto, mentre bazzico le mie console dedicate al retrogaming, mi capita di incrociare titoli che in passato hanno significato molto per me e dei quali non ho ancora parlato in questa rubrica. È il caso di Tekken 3, uscito nelle sale nel 1997 e convertito su PlayStation l'anno successivo; parliamo di uno dei picchiaduro più famosi di sempre nonché di quello che, ancora oggi, considero tra i più completi a livello di "offerta".
Lo scoprii al liceo e rappresentava un ottimo modo per sfogare un po’ di tensione repressa; la mia esperienza col genere, all’epoca, era piuttosto ridotta: avevo provato i vari Street Fighter e Mortal Kombat, ma non mi consideravo minimamente un esperto. Davanti al titolo Namco sulle prime venni colpito da Paul Phoenix, in particolare dalla sua versione con l'outfit da motociclista: per me, all'epoca, il massimo del cool, e anche oggi non mi sento di disprezzarlo.
Tekken 3 rappresentava una sorta di miracolo tecnologico per quegli anni, con personaggi complessi dotati di mosse fluide e molto diverse tra loro; un netto distacco rispetto altri picchiaduro che avevo provato. Tutta la trama dell’Iron Fist non è che la considerassi troppo importante, ma mi colpì l’idea di un combattimento su un’arena tridimensionale e la possibilità di avere un altro "asse" da sfruttare durante gli scontri.
Il roster era inoltre molto ampio, ben ventiquattro combattenti nella versione PlayStation, anche se la maggior parte di essi andava sbloccata terminando una partita con un altro personaggio. Di fronte a una simile varietà era impossibile non trovarne uno da amare, anche se ammetto che il mio stile di gioco mi ha sempre spinto a concentrarmi su un unico guerriero, maturando al massimo una conoscenza parziale di pochi altri e quasi zero riguardo al resto della ciurma.
L’approccio relativamente più realistico al combattimento rispetto agli altri pesi massimi dell’epoca rendeva ai miei occhi ogni scontro più tecnico e fluido, senza palle di fuoco o arpioni in grado di colpire da un lato all’altro dell’arena. Non che Tekken fosse un "simulatore di arti marziali", ma il suo approccio relativamente plausibile alla faccenda contribuiva a rendere ogni scontro più viscerale, almeno fino a quando non spuntavano fuori demoni fiammeggianti e cose del genere.
Col tempo, parlando della versione arcade, diventai piuttosto bravo: nei miei giorni migliori arrivavo a spazzare via l'intero torneo in pochi minuti, collezionando Perfect a ripetizione prima di prendere a pugni la faccia di True Ogre. Eppure, avevo solo scalfito la superficie; quando, infatti, avviai per la prima volta la versione PlayStation e vidi la voce "Tekken Force Mode", fui subito incuriosito, e nel trovarmi davanti praticamente un "gioco nel gioco" mi si aprì un sorriso in stile Joker.
I picchiaduro a scorrimento mi sono sempre piaciuti, onestamente anche più di quelli uno contro uno, di conseguenza trascorsi parecchio tempo alle prese con la suddetta modalità, sviscerandola anche nei capitoli successivi, quando presente.Tekken 3, in generale, rappresenta per me l’apice della serie, o per meglio dire il momento in cui ha raggiunto la sua identità, con le sue componenti tipiche, le combo "da fine partita" e le modalità aggiuntive.
I capitoli più recenti mi hanno lasciato piuttosto indifferente. Dopo la scelta di uccidere Heihachi non ho neanche toccato Tekken 8, ma il 3, come dicono gli uomini saggi, è il numero perfetto. Contestualmente al genere faccio anche fatica a trovargli dei difetti: i personaggi sono ben calibrati, hanno tutti quanti una personalità interessante e si possono amare o odiare.
Si potrebbe dire che, a guardarla con un po’ di oggettività, la modalità Tekken Force non fosse poi questo granché se paragonata ad altri picchiaduro a scorrimento, ma non bisogna scordare che, in fondo, rappresentava praticamente un gioco gratis a fianco di quello principale.
Era anche un’epoca, quella, in cui iniziava a diffondersi la pratica di contare i frame