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L'alluvione a Firenze: 'Così mi trovai al capezzale del Crocifisso di Cimabue'
Nel 1966 era un giovane laureando in storia dell'arte e il 4 novembre, nel giorno più drammatico per Firenze, si ritrovò al capezzale del Crocifisso di Cimabue, una delle vittime più illustri dell'alluvione, simbolo del disastro che sommerse la città sotto metri d'acqua e fango. Bruno Santi, allora 24enne, fu tra i tanti volontari che si presentarono alla Soprintendenza per offrire il loro aiuto dopo che l'Arno aveva devastato la città, provocando gravissimi danni anche al suo patrimonio culturale. "Fu un'esperienza drammatica e costruttiva, perché finalmente potei entrare in contatto con le opere che avevo studiato soltanto sui libri - ricorda Santi -. Senza essere ancora laureato, mi ritrovai a dare una mano per evitare che i capolavori sopravvissuti all'alluvione subissero ulteriori danni".
Nelle ore concitate che seguirono l'esondazione, Santi - che è stato poi soprintendente al patrimonio storico e artistico di Firenze e dell'Opificio delle pietre dure - intervenne nella chiesa dei Santi Apostoli, a Santa Trinita, al Museo Horne e alla Biblioteca nazionale, affiancando quanti erano impegnati a mettere in salvo le opere d'arte e i documenti. L'intervento più impegnativo, però, fu quello nella basilica di Santa Croce, tra i luoghi maggiormente colpiti dalla furia dell'acqua. "Entrando nella basilica, lo sgomento fu inevitabile - racconta -. Uno dei miei primi compiti fu trasferire, insieme a un gruppo di soldati, la pala duecentesca di San Francesco dalla Cappella Bardi ai locali superiori del convento. Fortunatamente non aveva riportato danni, ma era fondamentale metterla al riparo. Nel frattempo era già stata allontanata la Croce dipinta di Cimabue, destinata a diventare il simbolo del patrimonio artistico ferito dall'alluvione, sia per la sua importanza nella storia dell'arte sia per le innovative metodologie di restauro che sarebbero state necessarie per salvarla". Il Crocifisso di Cimabue fu infatti tra le opere che pagarono il prezzo più alto dell'alluvione. L'acqua penetrò nel legno, provocando rigonfiamenti e fessurazioni, mentre gran parte della pellicola pittorica si dissolse nel fango: si stima che andò perduto circa il 60-70% della superficie dipinta. Per almeno due mesi dopo l'alluvione, Santi continuò a prestare servizio come volontario nella Limonaia di Palazzo Pitti, dove il Crocifisso e numerose altre opere erano state trasferite d'urgenza. "Ogni giorno andavo alla Limonaia e, insieme a uno studente inglese, mi occupavo di rimuovere le muffe dalla Croce di Cimabue e dagli altri dipinti su tavola - spiega Santi -. Dovevamo inoltre controllare la temperatura e l'umidità, per evitare che ulteriori alterazioni del legno provocassero la perdita di altra superficie pittorica". Accanto a una manciata di volontari, sul Crocifisso lavoravano già i restauratori della Soprintendenza.
"Il problema era che l'opera aveva perso gran parte della superficie dipinta e fu necessario un intervento di restauro lunghissimo. Eppure ero sicuro che sarebbe stata salvata", afferma lo storico dell'arte. A distanza di 60 anni, il Crocifisso continua a rappresentare, nelle parole di Santi, "il simbolo del dramma dell'alluvione. Era chiaro a tutti che stavamo rischiando di perdere il patrimonio d'arte di Firenze e sarebbe stata un'immane tragedia". Molto è stato fatto negli anni successivi per recuperare le opere danneggiate, ma il lavoro non è ancora concluso. "Ce ne sono ancora da restaurare, perché il numero delle opere colpite era davvero impressionante - conclude Santi -. C'è bisogno di tempo, non so quanto ancora, e non è detto che sarà possibile recuperarle tutte".