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Radiazioni ed evoluzione: i cani di Chernobyl stanno cambiando per sopravvivere
Un nuovo e recente studio pubblicato sulla rivista Gens potrebbe aver spiegato il motivo per cui i cani di Chernobyl sono riusciti a sopravvivere alle radiazioni del più grave disastro nucleare della storia. Sono ormai passati 40 anni dal collasso del reattore della centrale e ancora oggi, nella zona di estrazione, troviamo liberi i nostri amici pelosi a quattro zampe.
Comprendere le risposte genomiche alla contaminazione ambientale è essenziale per valutare il rischio ecologico e genetico a lungo termine. I cani randagi che abitano la Zona di Esclusione di Chernobyl (CEZ) offrono un modello multigenerazionale unico per studiare queste risposte in un paesaggio cronicamente contaminato.
“Non è chiaro quanti animali siano riusciti a sfuggire ai liquidatori, ma un numero sufficiente di cani domestici è scampato a questo destino da stabilire popolazioni stabili all’interno della zona“, hanno spiegato i ricercatori guidati dalla prima autrice e genetista delle popolazioni Megan Dillon della North Carolina State University. “Si stima che diverse centinaia di cani abitino ormai nella zona di estrazione e si pensa che discendano, almeno in parte, da animali domestici abbandonati dopo il disastro“.
Questo nuovo studio continua sulle basi di studi precedenti. Tuttavia, l’obiettivo era quello di trovare risposta a un quesito finora irrisolto legato ai cani di Chernobyl: “Le differenze genetiche sono dovute alla selezione o alla deriva genetica nel tempo in una popolazione isolata?“.
La Dillon ha affermato che, nonostante non si possa avere certezza assoluta, si ritiene che le impronte genomiche studiate suggeriscano la presenza di selezione. “Analizzando più a fondo queste regioni genomiche, scopriamo che questi geni sono coinvolti in percorsi biologicamente rilevanti che potrebbero consentire loro di superare gli effetti dell’esposizione a sostanze tossiche presenti in questo ambiente“, ha precisato la genetista.
“Quello che stiamo dicendo è che la conseguenza potrebbe non essere stata una modifica del genoma dei cani per adattarsi; potrebbe essere che quelli che sono riusciti a sopravvivere alle esposizioni iniziali avessero questo livello di diversità genetica di base e varianti che offrivano un grado di adattamento più elevato“, ha poi concluso la Dillon.