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Beast of Reincarnation è un'altra avventura Nier-like di cui sentivo il bisogno
Ci sono giochi che si valutano semplicemente in base a ciò che fanno bene e a ciò che fanno male. Poi ce ne sono altri che finiscono per essere interessanti soprattutto per quello che rappresentano. Dopo una trentina d'ore trascorse con Beast of Reincarnation, non credo di aver giocato uno dei migliori action RPG degli ultimi anni. Al contrario, mi è sembrato un titolo che inciampa spesso sulle proprie ambizioni, alternando intuizioni interessanti a limiti davvero fastidiosi sia sul piano tecnico che su quello creativo. Eppure, sera dopo sera, una volta spenta la mia PS5 continuavo a pensarci. Non perché la sua storia mi stesse sconvolgendo o perché il loop di gameplay fosse rivoluzionario (magari!), ma perché continuava a ricordarmi quanto oggi manchi un certo tipo di videogioco.
Negli ultimi tempi gli action GdR sembrano essersi polarizzati attorno a una manciata di modelli ben definiti. Il più gettonato è quello delle produzioni mastodontiche, costruite attorno a mondi aperti sconfinati, con decine di ore di contenuti, quest, sistemi di progressione e attività disseminate in ogni dove. Sono giochi che puntano - a volte con successo, altre meno - sull'abbondanza e sulla libertà d'azione, da The Elder Scrolls a Cyberpunk 2077, passando per Xenoblade Chronicles, Crimson Desert e gli ultimi Assassin's Creed. Tra gli altri troviamo principalmente i titoli dal budget ridotto, composti da aree semi-aperte o direttamente lineari, e i soulslike, in piena ascesa, che dagli anni 2010 in poi hanno costruito il loro successo su un approccio quasi opposto a quello che stava stabilendo il paradigma: mappe compatte e interconnesse, combattimenti che premiano tempismo e riflessi, narrazione ambientale e una difficoltà che diventa parte integrante dell'identità dell'opera. È il modello seguito, ad esempio, da Elden Ring, Lies of P, The First Berserker: Khazan e altri esponenti del genere.
Più raramente arrivano giochi che provano a percorrere un'altra strada. Produzioni che prendono qualcosa da tutte queste filosofie senza identificarsi completamente con nessuna, e che cercano di mettere atmosfera, ritmo e costruzione del mondo al centro dell'esperienza. È qui che collocherei anche quello che, per mancanza di una definizione più accurata, definisco il filone dei "Nier-like": titoli che guardano apertamente a Nier Replicant e Nier Automata, usando l'azione non come fine, ma come strumento per raccontare mondi decadenti, riflettere sull'identità umana e costruire un'atmosfera malinconica destinata a rimanere impressa molto più di un singolo boss o di un open world infinito. È proprio in questo spazio che si inserisce Beast of Reincarnation. Non perché riesca a raggiungere la profondità narrativa delle opere di Yoko Taro o la pulizia tecnica e la qualità del combat system di Stellar Blade, ma perché è uno dei pochissimi giochi presenti oggi sul mercato che per lo meno ci prova.
Le influenze di Nier emergono fin dai primi minuti di Beast of Reincarnation, e non vengono mai nascoste, tanto da aver portato praticamente tutti i recensori del titolo a citare la serie di Square Enix almeno una volta. Il Giappone postapocalittico dell'anno 4026, inghiottito dalla vegetazione, le città ormai ridotte a rovine, una protagonista giovane e apatica, una colonna sonora che alterna pianoforte, cori malinconici e lunghi momenti di silenzio. Perfino il ritmo dell'esplorazione, scandito da grandi spazi vuoti e da un costante senso di solitudine, sembra voler evocare quelle stesse emozioni che hanno reso memorabili Nier Replicant e Automata. Non sono semplici citazioni estetiche: è il tono complessivo dell'opera a richiamare continuamente l'immaginario costruito da Yoko Taro.
Ho speso circa trenta ore con Beast of Reincarnation, completando la storia al livello di difficoltà più elevato, esplorando ogni area al 100% e leggendo tutti i documenti sparsi per le mappe di gioco. Più volte sono rimasto impressionato dalla somiglianza tra questo titolo e Nier, con a