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Una persona su cinque potrebbe avere un rischio cardiaco nascosto
Ricercatori statunitensi hanno riesaminato i dati di 20.070 pazienti coinvolti in tre grandi studi dei National Institutes of Health, individuando una soglia di lipoproteina(a) associata a un maggiore rischio di ictus, morte cardiovascolare e altri eventi avversi. I risultati, presentati alle sessioni scientifiche SCAI 2026 e al summit CAIC-ACCI di Montreal, suggeriscono che un fattore ereditario spesso ignorato possa lasciare una quota di rischio anche nei pazienti già trattati.
La lipoproteina(a), abbreviata Lp(a), è una particella che trasporta il colesterolo nel sangue. Assomiglia al colesterolo LDL, ma contiene una proteina aggiuntiva che potrebbe favorire i processi responsabili delle malattie cardiovascolari. I suoi livelli dipendono in larga misura dalla genetica e possono risultare elevati anche quando gli esami lipidici più comuni rientrano nei valori considerati normali. Circa una persona su cinque avrebbe concentrazioni alte, generalmente senza sintomi capaci di segnalare il problema.
L'analisi ha utilizzato campioni di plasma conservati provenienti dagli studi randomizzati ACCORD, PEACE e SPRINT. I partecipanti avevano almeno 40 anni, un'età media di 65,2 anni e nel 64,9% dei casi erano uomini. Attraverso un dosaggio standardizzato, i ricercatori hanno suddiviso i campioni in quattro fasce: meno di 75, da 75 a 125, da 125 a 175 e almeno 175 nmol/L. I risultati sono stati poi corretti statisticamente considerando dati demografici, patologie concomitanti, lipidi e terapie ricevute.
Nel periodo mediano di osservazione, pari a 3,98 anni, sono stati registrati 1.461 eventi cardiovascolari maggiori, corrispondenti al 7,3% dei partecipanti. Una concentrazione di Lp(a) pari o superiore a 175 nmol/L è risultata associata a un aumento del 31% dell'endpoint complessivo, del 49% della morte cardiovascolare e del 64% dell'ictus. Queste percentuali esprimono incrementi relativi calcolati mediante modelli statistici e non la probabilità individuale che ciascun paziente subisca un evento.
Lo studio non ha invece rilevato, alla stessa soglia, un'associazione statisticamente significativa con l'infarto considerato separatamente. Il legame con gli eventi complessivi appariva più solido tra le persone con malattia cardiaca già diagnosticata. Nei partecipanti senza cardiopatia, la stima indicava un possibile aumento, ma l'intervallo di confidenza comprendeva anche l'assenza di un effetto: il dato non permette quindi conclusioni definitive per questo gruppo.
Secondo gli autori, un semplice test del sangue può identificare le persone con Lp(a) elevata. In attesa di trattamenti mirati, conoscere il valore potrebbe aiutare medico e paziente a gestire con maggiore attenzione i fattori modificabili, tra cui LDL, pressione arteriosa, diabete e fumo. L'analisi non dimostra però che abbassare direttamente la Lp(a) riduca ictus o mortalità, né stabilisce da sola come debba cambiare la terapia.
I risultati derivano da un'analisi secondaria di campioni raccolti in sperimentazioni progettate per domande cliniche differenti. Mostrano pertanto un'associazione, non un rapporto causale, e sono stati comunicati in sede congressuale: saranno necessarie ulteriori valutazioni e una pubblicazione scientifica completa. Il gruppo intende estendere l'esame a pazienti con malattia renale cronica o arteriopatia periferica.
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