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I navigatori di Malta potrebbero aver avuto una bussola senza ago
Gli autori di uno studio pubblicato su Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage hanno collegato l'orientamento del complesso neolitico di Tarxien, a Malta, alla Croce del Sud. La ricostruzione, discussa anche da archeologi dell'Università di Malta, suggerisce che il cielo potesse offrire ai primi navigatori un riferimento per raggiungere l'arcipelago dalla Sicilia quando la costa scompariva alla vista. Non è una prova diretta delle rotte percorse, ma un'ipotesi concreta su come una traversata preistorica potesse essere affrontata senza bussola.
I primi abitanti neolitici di Malta arrivarono verosimilmente dalla Sicilia e, intorno al 3600 a.C., avviarono un periodo di costruzione durato quasi 1.500 anni. Tra le due isole ci sono quasi 97 chilometri e, per buona parte del viaggio, la terra non è visibile. Una traversata poteva inoltre protrarsi oltre il tramonto, rendendo necessaria una forma di navigazione celeste basata sulla posizione degli astri.
L'orientamento più significativo individuato a Tarxien punta verso Crux, la Croce del Sud, formata principalmente da quattro stelle. Secondo gli autori, un'imbarcazione diretta verso Malta avrebbe avuto la costellazione davanti a sé, mentre nel viaggio verso nord avrebbe potuto lasciarla alle spalle. La geometria proposta appare quindi compatibile con la rotta, ma non dimostra che ogni equipaggio seguisse sistematicamente questo metodo.
Le strutture megalitiche maltesi potrebbero aver avuto funzioni rituali, astronomiche e didattiche sovrapposte. Nell'ambito dell'archeoastronomia è stato suggerito che alcuni ingressi servissero come mappe per imparare la posizione delle stelle. Anche l'acqua che in passato ristagnava a Tarxien avrebbe potuto produrre superfici riflettenti utili a osservare il cielo. Quest'ultima interpretazione resta altamente speculativa: non esistono prove che quelle pozze fossero state realizzate o utilizzate come strumenti astronomici.
Un altro elemento del quadro è il tempio di Ggantija, costruito sull'altopiano di Gozo forse già 5.600 anni fa e precedente alle piramidi di Giza. La monumentalità dei siti, le pratiche funerarie e la loro possibile relazione con il cielo suggeriscono una cultura dotata di credenze articolate sul ciclo della vita, sul paesaggio e sul trascorrere del tempo. Non consentono, tuttavia, di ricostruire una cosmologia completa.
La mobilità marittima nel Mediterraneo centrale è documentata anche dall'ossidiana rinvenuta a Malta. Questo vetro vulcanico possiede caratteristiche che permettono di collegarlo alla sorgente geologica, e almeno una parte dei reperti maltesi è compatibile con Pantelleria. Il materiale potrebbe essere arrivato attraverso scambi intermedi con la Sicilia, ma gli archeologi non escludono che alcuni navigatori fossero capaci di affrontare direttamente rotte ancora più lunghe.
La combinazione di orientamenti architettonici, distanze marine e reperti provenienti da altre isole rende plausibile l'impiego delle stelle, senza trasformarlo in una certezza. Mancano imbarcazioni conservate, registri delle traversate e strumenti di navigazione identificabili. Il valore della ricerca consiste quindi nella possibilità di formulare un modello verificabile con nuove misurazioni dei monumenti, simulazioni del cielo neolitico e confronti più precisi con le reti di scambio dell'epoca.
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