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Possiamo davvero parlare di un “culto di Anthropic”?
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Anthropic, alla fine l’abbiamo capito, si presenta come la coscienza morale dell’intelligenza artificiale. Ma la sua ascesa racconta anche altro: una cultura interna fortemente missionaria, quasi religiosa, che premia chi crede nella AGI (l’intelligenza artificiale generale pari o superiore a quella dell’uomo) prima ancora che nei prodotti. In un settore dove tutti hanno il loro culto, questo potrebbe essere il più influente. E il più pericoloso.
Anthropic si descrive come laboratorio di ricerca dedicato alla sicurezza dell’intelligenza artificiale, impegnato a costruire sistemi affidabili, interpretabili e governabili per il beneficio di lungo periodo dell’umanità. Questa autorappresentazione non è neutra: pone la missione al centro dell’identità aziendale, prima ancora dei prodotti. Quando la missione diventa il criterio primario di legittimazione interna, la cultura che ne nasce rischia di chiudersi su se stessa e diventare moralmente selettiva.
La domanda decisiva non è soltanto cosa faccia Anthropic, ma quale persona venga premiata per lavorarci e farvi carriera. La società, nata nel 2021 dalla scelta di Dario e Daniela Amodei di lasciare OpenAI per una visione più centrata sulla sicurezza, ha trasformato quella scelta fondativa in narrazione identitaria. Le fonti pubbliche convergono: l’azienda valorizza chi mostra un interesse autentico per la sicurezza dell’AI, prima ancora delle pure competenze tecniche.
Le inchieste giornalistiche collegano Anthropic al mondo dell’altruismo efficace e del razionalismo, correnti che trattano i problemi globali come questioni di ottimizzazione morale contro rischi esistenziali. Un’analisi del New York Times del febbraio 2026 osserva che diversi cofondatori provengono proprio da quella comunità, condividendo il timore di conseguenze catastrofiche senza un controllo adeguato dell’AI. Non è una prova di setta in senso stretto, ma rivela un terreno ideologico compatto e moralmente intenso.
È in questo terreno che il salto dall’etica alla devozione diventa breve. La narrazione interna insiste su scenari civilizzazionali e responsabilità storica, trasformando un impiego ordinario in partecipazione a una missione quasi escatologica. Nel reclutamento, questa cornice funziona da magnete per chi cerca significato, status morale e appartenenza a una élite cognitiva.
Le analisi sul recruiting descrivono Anthropic come un ambiente che cerca, prima di tutto, coerenza narrativa fra le convinzioni del candidato e la missione aziendale. L’allineamento con la sicurezza diventa un fattore di selezione quanto, se non più, delle competenze tecniche. Anche i materiali non ufficiali per chi punta all’assunzione insistono sull’importanza di argomentare perché la sicurezza dell’AI sia uno dei problemi più importanti del presente.
Questa dinamica produce un vantaggio per chi entra già sintonizzato sul credo dominante. Se il linguaggio aziendale è quello dell’allineamento e della prudenza esistenziale, chi lo parla viene percepito come naturalmente più affidabile. Il rischio riguarda anche la promozione interna, perché chi meglio interpreta la missione diventa più visibile, più credibile e più facilmente promuovibile, alimentando un circolo di riproduzione ideologica.
Molte fonti mostrano che la AGI non è trattata come ipotesi remota, ma come orizzonte organizzativo che struttura ricerca, politiche interne e comunicazione pubblica. Dario Amodei ha fissato scadenze ravvicinate per trasformazioni epocali: ha previsto che l’AI potesse scrivere il novanta per cento del codice software in pochi mesi, occupandosi dell’intero processo entro un anno. Dichiarazioni che alimentano la sensazione condivisa di vivere un passaggio storico irripetibile.
Un’azienda che si percepisce come custode del confine tra civiltà e catastrofe sviluppa un’etica interna intensa, e quell’intensità può scivolare in autoconsapevolezza messianica. Se credere nella