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Il mare sale e molte barriere coralline potrebbero non seguirlo
Un gruppo guidato dall'Earth Observatory of Singapore, presso la Nanyang Technological University, ha ricostruito la crescita di centinaia di barriere coralline dell'Indo-Pacifico e l'ha confrontata con l'aumento previsto del livello marino. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, suggerisce che sotto uno scenario di emissioni molto elevate la maggior parte dei siti analizzati non riuscirebbe a crescere verso l'alto abbastanza rapidamente. La conseguenza possibile non è la scomparsa istantanea dei coralli, ma una progressiva sommersione della struttura che sostiene l'ecosistema e attenua le onde.
Una barriera non sale semplicemente perché i singoli coralli si allungano. Il suo accrescimento verticale dipende dall'accumulo netto di carbonato di calcio prodotto da coralli e alghe, sottraendo quanto viene perso per erosione, dissoluzione, tempeste e attività degli organismi che scavano lo scheletro. Se il livello relativo del mare aumenta più rapidamente di questo bilancio, cresce la colonna d'acqua sopra il reef: meno luce può raggiungere i coralli e una quota maggiore dell'energia delle onde può arrivare verso la costa.
Per stimare il limite, i ricercatori hanno riunito 288 carote e registrazioni di paleo-barriere distribuite in 93 siti, dalla regione occidentale dell'Oceano Indiano al Pacifico. Il database copre l'Olocene, gli ultimi 11.700 anni circa, e comprende 1.113 campioni datati. Le età ottenute con carbonio-14 e uranio-torio sono state ricalibrate e standardizzate, permettendo di ricavare 606 misure confrontabili della crescita verticale. Il valore medio storico è risultato di 3,6 millimetri l'anno, ma con forti differenze geografiche e ambientali.
Il confronto con i dati satellitari indica che circa il 65% dei siti possiede una velocità massima storica compatibile con l'aumento marino recente. Nelle proiezioni, però, la quota scende al 27% nello scenario intermedio SSP2-4.5 e al 6% nello scenario SSP5-8.5, caratterizzato da emissioni molto elevate. In quest'ultimo caso, il modello stima che il 76% dei siti vedrebbe aumentare di oltre mezzo metro la profondità dell'acqua sopra la barriera entro fine secolo; nello scenario intermedio la quota sarebbe del 26%.
Dai paleo-dati emerge anche una soglia: quando l'aumento relativo del mare supera 5,3 millimetri l'anno, la probabilità di mantenere l'accrescimento della barriera diventa inferiore al 10%. Oltre 7,7 millimetri l'anno scende sotto il 5%. Gli autori stimano che la prima soglia potrebbe essere oltrepassata in circa 35 anni, ma non presentano il dato come una scadenza universale: subsidenza del fondale, correnti, torbidità, maree e salute del reef cambiano il rischio da un luogo all'altro.
Anche la composizione biologica fa differenza. Le barriere dominate da specie opportuniste, spesso più comuni negli ambienti già disturbati, mostrano il deficit maggiore rispetto alla risalita del mare. Acque torbide e minore penetrazione della luce possono aggravare l'effetto della profondità. Allo stesso tempo, riscaldamento e acidificazione degli oceani possono ridurre la produzione di carbonato e favorire la dissoluzione: il livello marino agisce quindi insieme agli altri stress, non come causa isolata.
Le stime descrivono un rischio, non il destino certo di ogni barriera. Il metodo usa le massime velocità osservate nel passato come limite superiore e assume condizioni ecologiche costanti; inoltre, i dati sono più abbondanti per l'Australia e più scarsi in aree cruciali come il Triangolo dei Coralli. Servono confronti tra carote antiche e bilanci moderni negli stessi siti. Ridurre le emissioni responsabili del cambiamento climatico e limitare inquinamento, pesca eccessiva e perdita di qualità dell'acqua restano le leve indicate per conservare la capacità costruttiva dei reef.
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