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Le regole sulla pesca non bastano più, ora sappiamo perché
Una nuova analisi giuridica condotta da I-Ju Chen, ricercatrice della Università di Exeter, sostiene che l'attuale architettura internazionale non sia sufficiente a proteggere gli stock ittici. Il lavoro esamina in particolare l'Accordo sui sussidi alla pesca della WTO e propone non un unico trattato onnivoro, ma più regole coordinate, ciascuna con obiettivi, responsabilità e strumenti chiaramente delimitati.
L'accordo, adottato nel 2022 ed entrato successivamente in vigore dopo il raggiungimento della soglia di accettazioni prevista, è il primo trattato dell'Organizzazione mondiale del commercio costruito attorno a un obiettivo ambientale. Mira a impedire che il denaro pubblico sostenga attività collegate alla pesca illegale, allo sfruttamento di popolazioni già in difficoltà e alla pesca in aree d'alto mare prive di una gestione internazionale competente.
Secondo l'analisi, questo impianto rappresenta un progresso, ma non copre ogni forma di aiuto capace di aumentare lo sforzo di pesca. Tra le lacune indicate compare la formulazione incompleta dei sussidi, compresi quelli destinati al carburante delle flotte. Ridurre il costo delle uscite in mare può infatti consentire a più imbarcazioni di operare più a lungo o più lontano, anche quando la consistenza delle popolazioni pescate richiederebbe maggiore cautela.
Un secondo nodo riguarda il meccanismo per le controversie, giudicato poco maneggevole rispetto a problemi che intrecciano commercio, biologia marina e competenze nazionali. La WTO nasce per disciplinare gli scambi, non per valutare direttamente la salute degli ecosistemi. Per applicare efficacemente i divieti deve quindi basarsi sulle decisioni degli Stati costieri, sui dati scientifici disponibili e sulle valutazioni delle organizzazioni competenti.
Da qui la proposta di distribuire i compiti fra norme diverse ma compatibili. Le organizzazioni regionali della pesca possono occuparsi della gestione degli stock condivisi e delle misure operative, mentre gli strumenti commerciali possono colpire gli incentivi economici che favoriscono capacità eccessiva e sovrapesca. Il coordinamento dovrebbe inserirsi nel diritto internazionale del mare, evitando sovrapposizioni e vuoti di responsabilità.
La distinzione è sostanziale: fissare limiti alle catture interviene sul prelievo, mentre eliminare un sussidio dannoso agisce sulle condizioni economiche che rendono possibile quel prelievo. Nessuna delle due leve, da sola, garantisce il recupero di uno stock. Servono anche monitoraggio, controlli, dati affidabili e cooperazione tra Paesi, soprattutto quando pesci e flotte attraversano confini marittimi.
Il lavoro va letto per ciò che è: una valutazione normativa delle regole, non uno studio biologico che misura un miglioramento o un declino degli stock dopo l'entrata in vigore dell'accordo. Il resoconto pubblico non indica una pubblicazione sottoposta a peer review. Le conclusioni sono quindi una proposta motivata di riforma istituzionale, non la dimostrazione sperimentale che una specifica norma salverà una determinata popolazione ittica.
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