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Come fa il cervello a comprimere il mondo? C’è una nuova ipotesi
Un nuovo quadro teorico pubblicato su Nature Reviews Neuroscience propone di ripensare il modo in cui il cervello organizza il flusso continuo di informazioni provenienti dai sensi. Lisa Feldman Barrett, della Northeastern University, ed Earl Miller, del Massachusetts Institute of Technology, suggeriscono che le categorie con cui riconosciamo oggetti, persone, emozioni e situazioni non vengano assegnate soltanto al termine dell’elaborazione sensoriale. Sarebbero invece ricostruite momento per momento, tenendo conto anche delle necessità fisiologiche dell’organismo.
La concezione tradizionale descrive la categorizzazione come una fase relativamente tardiva: il cervello riceverebbe i dettagli sensoriali, ne estrarrebbe le caratteristiche e li confronterebbe con modelli conservati in memoria. Questo schema, però, fatica a spiegare la flessibilità della percezione. Un rumore ritmico può essere interpretato come un piccione che prende il volo in una strada illuminata oppure come i passi di uno sconosciuto in un vicolo buio.
Barrett e Miller collocano questa flessibilità nel quadro della codifica predittiva. Il cervello genererebbe continuamente previsioni sugli istanti successivi e le confronterebbe con i segnali in arrivo. Quando la scena è familiare, le previsioni possono dominare l’elaborazione; quando accade qualcosa di inatteso, la discrepanza produce errori di previsione, segnali particolarmente informativi che possono emergere nell’esperienza cosciente come sorpresa.
I dati sensoriali, quindi, non verrebbero ignorati, ma interpretati entro modelli preparati in anticipo. È lo stesso problema neuroscientifico affrontato nell’analisi su come il cervello riscrive la realtà senza che ce ne accorgiamo: ciò che percepiamo dipende dall’incontro tra segnali esterni, memoria, contesto e aspettative, non dalla semplice registrazione passiva dell’ambiente.
Il nuovo elemento della proposta è il ruolo assegnato all’allostasi, cioè alla regolazione anticipatoria delle risorse dell’organismo. Prima che una percezione diventi cosciente, il cervello deve preparare il corpo a un possibile comportamento e amministrare l’energia necessaria. In questa prospettiva, anche categorie emotive come paura, rabbia o felicità funzionerebbero come piani d’azione costruiti sulla base delle esperienze precedenti e dello stato corporeo.
Gli autori ipotizzano inoltre che la categorizzazione non risieda in una singola area cerebrale. Il processo coinvolgerebbe l’intero sistema nervoso, comprese le informazioni che viaggiano tra cervello e corpo. Studiare soltanto le regioni corticali associate alla percezione potrebbe quindi offrire un’immagine incompleta di come un organismo attribuisce significato ai segnali e seleziona una risposta adeguata.
La proposta non costituisce la dimostrazione sperimentale di un nuovo meccanismo unico, ma un quadro teorico che integra risultati e concetti già sviluppati nelle neuroscienze della percezione, dell’emozione e del comportamento finalizzato. La sua solidità dipenderà dalla capacità di produrre previsioni verificabili e di distinguersi, negli esperimenti, da modelli alternativi. Per ora suggerisce che comprimere il mondo significhi soprattutto scegliere, tra molte interpretazioni possibili, quella più utile allo stato corrente dell’organismo.
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