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La fine di Oak Street - La recensione
Quando ho scoperto che il nuovo progetto di David Robert Mitchell avrebbe raccontato una serie di eventi spaventosi e sovrannaturali in una di quelle cittadine immacolate della provincia americana, ho pensato subito ad atmosfere horror non troppo lontane da The Fog, Nightmare – Dal profondo della notte o It. Invece, l’autore di It Follows ha confezionato un tributo alla filmografia avventurosa di Steven Spielberg in cui la tensione non manca di certo, ma i riferimenti provengono soprattutto da E.T. – L’extraterrestre, La guerra dei mondi e… Jurassic Park!
Un connubio dichiaratamente postmoderno perché La fine di Oak Street non è soltanto un’opera derivativa piena di citazioni, bensì un discorso sui nostri viaggi nel tempo e nella nostalgia attraverso l’illusione del cinema, dove il passato viene ricreato come in una di quelle ampolle con i villaggi innevati (immagine evocata, peraltro, anche dal finale del film). Sul piano metalinguistico, Mitchell sembra infatti chiedersi: che cosa succede esattamente quando la purezza di un’opera originale viene infranta e, in questa bolla, irrompono ingredienti “alieni” presi di petto da altre storie. L'ibrido rischia di diventare informe, e il sogno nostalgico può trasformarsi in un incubo grottesco?
"In quale anno ci troviamo?" si domandano, quindi, i protagonisti alla fine della storia, forse perché il loro mondo non esiste più se non nella finzione dell’audiovisivo, pur corrotto da contaminazioni e riletture. Banalmente, dopo essere stato saccheggiato da Stranger Things e da decine di altre opere (non ultima, La forma dell’acqua), E.T. - L’extraterrestre è sempre lo stesso film? E le nuove generazioni lo considerano ancora così rilevante, oppure l’hanno visto già troppe volte sotto mentite spoglie per apprezzarlo fino in fondo?
Di certo, per gli spettatori meno giovani l’immaginario di Oak Street sarà anche un rifugio nostalgico tra i ricordi dell’infanzia, però la famiglia Platt sembra un corpo totalmente estraneo all’idillio borghese del vicinato, dove trionfano le apparenze, i rituali ipocriti e un’aggressività sempre sul punto di esplodere. Greg pare infatti troppo immaturo per reggere il peso delle aspettative sociali, mentre Denise proietta il proprio desiderio di fuga in un romanzo segreto, Audrie cerca una scappatoia nell’astronomia e Brian va d’accordo solo col cane. Metaforicamente, la svolta da "disaster movie" simboleggia allora la loro repulsione un po’ infantile verso quel mondo, una specie di regressione in un film diverso, basato su un’altra storia… D’altronde, se il cinema horror è fatto soprattutto di spazi che si allargano, si restringono o si deformano per rispecchiare la solitudine dei personaggi, qui la paura significa sentirsi letteralmente soli e fuori luogo.
La pellicola racconta infatti la disgregazione di un nucleo familiare cui Mitchell concede qualche speranza solo lontano da quella casa, fuggendo insieme; non conta dove, ma con chi. E se questo spazio racchiude pure un tempo preciso per lo spettatore (fatto di immagini, riferimenti e ricordi), allora il film diventa implicitamente una critica all’ossessione tanto moderna quanto conservatrice per la citazione, l’omaggio, il tributo o il remake, che ci immobilizzano nelle medesime formule del passato col ricatto della nostalgia.
E sapete cosa? Inserendo tutta una serie di elementi distopici dentro un canovaccio saccheggiato troppe volte - anche dal produttore J.J. Abrams col suo Super 8 - la sceneggiatura genera un meccanismo divertente, magnetico e persino sorprendente, con una regia capace di replicare il cinema avventuroso anni '80 a livello di ritmo o di semplice gusto per il racconto, senza tuttavia percorrere pedissequamente le stesse strade. Anzi, sì, però sbucando in un posto decisamente diverso, come scoprono ben presto i residenti di Oak Street.
Malgrado un incipt sbrigativo dove non emergono distintamente i caratteri né le motivazioni dei personaggi, e a cui fanno da contrappeso alcuni dialog