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La recensione di Onimusha Way of the Sword: è davvero la rinascita che aspettavamo?
Onimusha: Way of the Sword segna una rifondazione eccellente della serie, con un combat system brillante e boss memorabili, pur con limiti in varietà.
Onimusha: Way of the Sword non è né un remake né un sequel diretto, ma una vera e propria rifondazione: un nuovo inizio pensato tanto per i nostalgici quanto per chi di Onimusha conosce a malapena il nome. Le aspettative, inutile negarlo, erano altissime, complice anche un'attesa ventennale che ha caricato il progetto di un peso specifico non indifferente. E dopo aver portato a termine l'avventura, possiamo dirvi che Capcom ha centrato il bersaglio, pur con qualche freccia finita fuori misura: nelle prossime righe vi spiegheremo nel dettaglio perché. Prima però facciamo un breve ripasso della serie.
Ci sono nomi che, per chi ha vissuto l'epoca d'oro di PlayStation 2, evocano immediatamente atmosfere precise: castelli avvolti nella nebbia, lame che sibilano nell'oscurità, demoni che emergono dalle pieghe della storia giapponese. Onimusha è uno di questi nomi. Nata nel 2001 dalla mente di Capcom come una sorta di "Resident Evil in salsa feudale", la serie seppe ritagliarsi in pochissimo tempo un posto d'onore nell'immaginario collettivo dei videogiocatori, fondendo l'orrore gotico giapponese con un'azione viscerale e con una rilettura fantastica del periodo Sengoku, popolata da figure storiche realmente esistite e trasfigurate in eroi ed antagonisti sovrannaturali.
Il primo Onimusha Warlords, con il suo Samanosuke Akechi impegnato a fronteggiare le armate demoniache dei Genma al servizio di un redivivo Nobunaga Oda, fu un successo travolgente: il primo titolo per PlayStation 2 a superare il milione di copie vendute, capace di definire un canone estetico e ludico che avrebbe fatto scuola. Seguirono Onimusha 2: Samurai's Destiny, con il carismatico Jubei Yagyu e un inedito sistema di rapporti tra comprimari, e soprattutto Onimusha 3: Demon Siege, che ebbe l'ardire di catapultare la serie tra il Giappone feudale e la Parigi contemporanea, mettendo in scena un improbabile ma riuscitissimo duetto tra Samanosuke e un Jacques Blanc interpretato, nel volto e nella voce, da Jean Reno. Con Dawn of Dreams, nel 2006, la saga tentò la strada del rinnovamento, per poi inabissarsi in un silenzio ventennale, interrotto soltanto dalla remaster di Warlords e da qualche timido segnale di vita. Il fascino della saga, del resto, non è mai risieduto soltanto nel gameplay. Onimusha è sempre stato, prima di ogni altra cosa, un'operazione culturale: la volontà di prendere la Storia con la maiuscola, quella dei condottieri e dei duelli all'ultimo sangue, e di piegarla al fantastico senza mai tradirne lo spirito. Le anime dei demoni assorbite dal guanto Oni, le armi elementali, gli scontri con creature partorite dall'immaginario folkloristico nipponico: tutti elementi che hanno contribuito a costruire un'identità riconoscibile al primo sguardo, e che spiegano perché, a distanza di due decenni, il pubblico non abbia mai smesso di invocare a gran voce un ritorno della serie. Ed è qui che si inserisce il nuovo Onimusha.
Way of the Sword sceglie come protagonista una delle figure più leggendarie della storia giapponese: Miyamoto Musashi, il santo della spada, qui reinterpretato in chiave giovanile e irruenta. L'avventura si apre in medias res, con Musashi in fuga da un gruppo di inseguitori: una sequenza concitata che funge da tutorial e, al tempo stesso, da efficace biglietto da visita per il personaggio, del quale impariamo subito a conoscere il talento smisurato e l'indole sicura e quasi spaccona.
Dopo qualche scontro di assestamento, la sceneggiatura mette in scena l'incontro che ogni appassionato di storia giapponese attendeva: quello con Sasaki Ganryu, il rivale per antonomasia. Il faccia a faccia tra i due, condito da punzecchiature reciproche e da un'elettricità palpabile, viene però bruscamente interrotto dall'irruzione di un manipolo di samurai demoniaci, che pone fine in maniera tanto violenta q