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Il DNA di un virus ovino era nascosto in una pergamena medievale
Un gruppo internazionale guidato dall'University College Dublin ha recuperato tracce del virus del vaiolo ovino da manoscritti in pergamena e da resti archeologici, ricostruendo oltre 3.700 anni di evoluzione dell'agente patogeno. Lo studio, pubblicato su Science Advances, mostra che il DNA antico conservato nei documenti può ampliare la storia molecolare delle malattie animali ben oltre le testimonianze cliniche e veterinarie disponibili.
Il virus del vaiolo ovino, indicato con la sigla SPPV, causa una malattia altamente contagiosa capace di provocare febbre, lesioni cutanee, riduzione della produzione di latte e lana e, negli animali più vulnerabili, la morte. Testi agricoli europei descrivono patologie compatibili con il vaiolo ovino almeno dall'antichità, ma le fonti scritte non permettono da sole di stabilire quali varianti virali circolassero.
I ricercatori hanno identificato il virus in 39 reperti archeologici e storici distribuiti in Eurasia e hanno ricostruito 21 genomi virali antichi. I campioni comprendono denti di pecora provenienti dalla steppa eurasiatica e materiali documentari dell'Europa medievale e della prima età moderna. Le sequenze più antiche risalgono approssimativamente al 1700 a.C., spostando indietro di millenni le prove genetiche dirette dell'infezione.
Tra i documenti analizzati figurano gli York Gospels, un manoscritto religioso realizzato attorno all'anno Mille e successivamente modificato. Le pergamene medievali erano prodotte trattando pelli animali, perciò potevano trattenere frammenti genetici dell'animale, dei microrganismi presenti sulla superficie e degli agenti patogeni incontrati prima o durante la lavorazione. Il risultato non indica che il virus sia ancora vitale: sono sopravvissute soltanto porzioni degradate del suo patrimonio genetico.
Un dato inatteso riguarda la presenza di sequenze virali anche su pelli di vitello e capra. Secondo gli autori, sono possibili almeno due spiegazioni: rare infezioni trasmesse tra specie diverse oppure contaminazioni avvenute quando le pelli venivano lavorate insieme. Le analisi non consentono ancora di scegliere definitivamente tra queste ipotesi, quindi il ritrovamento non dimostra che bovini e capre fossero ospiti abituali del virus.
Attraverso il sequenziamento genomico e il confronto filogenetico, il gruppo ha collocato le varianti antiche nell'albero evolutivo dei capripoxvirus. I modelli suggeriscono che le principali linee di questo gruppo si siano separate tra circa 11.500 e 3.700 anni fa, ma l'intervallo dipende dalle ipotesi adottate. Le sequenze medievali sembrano inoltre appartenere a un ramo oggi estinto, vicino ma distinto dalle varianti moderne del vaiolo ovino.
Biblioteche e collezioni storiche potrebbero dunque funzionare come archivi biologici delle epidemie che colpirono gli allevamenti del passato. La conservazione del DNA resta però irregolare e una traccia isolata non permette di stimare la diffusione di una malattia o di identificare un singolo focolaio. Campioni aggiuntivi potranno verificare la cronologia proposta e chiarire quali cambiamenti genetici abbiano accompagnato l'adattamento del virus alle pecore.
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