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Demenza, il sostegno continuo fa davvero la differenza
Un programma che combina esercizio, alimentazione, allenamento cognitivo e sostegno continuativo ha prodotto benefici cognitivi maggiori rispetto a indicazioni generali sulla salute in adulti anziani a rischio di demenza. È il risultato di LatAm-FINGERS, uno studio condotto in 11 Paesi latinoamericani e finanziato dall'Alzheimer's Association: dopo due anni, il miglioramento in una misura complessiva delle capacità cognitive è stato del 55% superiore nel gruppo seguito con maggiore intensità. La ricerca, pubblicata su The Lancet, è stata presentata alla conferenza internazionale dell'associazione a Londra.
L'analisi ha incluso 1.065 partecipanti distribuiti in 12 centri, dall'Argentina al Messico, con un'ampia varietà di origini etniche, livelli di istruzione e condizioni socioeconomiche. I ricercatori hanno assegnato casualmente 539 persone al programma sistematico e 526 a quello flessibile. Entrambi proponevano cambiamenti nello stile di vita, ma differivano per frequenza degli incontri, supervisione e assistenza: il confronto riguardava quindi due interventi attivi, con un diverso grado di accompagnamento.
Il gruppo con il percorso più strutturato ha ricevuto esercizio supervisionato, consulenze nutrizionali, allenamento cognitivo al computer e monitoraggio dei fattori di rischio cardiovascolare. Il programma comprendeva anche 38 incontri di gruppo, pensati per favorire le relazioni sociali e sostenere l'impegno dei partecipanti. L'alimentazione seguiva una versione adattata della dieta MIND, modificata per tenere conto delle abitudini e degli alimenti disponibili nei diversi territori.
Il gruppo flessibile ha invece partecipato a quattro incontri nell'arco dei due anni, dedicati ad alimentazione, movimento, attività cognitive e sociali e gestione del rischio vascolare. Riceveva educazione sanitaria periodica e raccomandazioni generali, senza un affiancamento continuativo. Nel confronto finale, il percorso sistematico ha ottenuto progressi significativamente maggiori nella cognizione globale, oltre che nella memoria, nelle funzioni esecutive e nella velocità di elaborazione delle informazioni.
Il miglioramento relativo del 55% richiede una lettura precisa: descrive quanto il guadagno nel punteggio cognitivo complessivo fosse maggiore rispetto a quello dell'altro gruppo. Non significa che la memoria sia aumentata del 55%, né che il rischio di Alzheimer sia diminuito della stessa percentuale. I risultati riportati riguardano le prestazioni cognitive nell'arco di due anni e non dimostrano, da soli, una riduzione dei casi di demenza.
Una componente centrale della ricerca è stato l'adattamento culturale. Gruppi di lavoro con rappresentanti di ogni Paese hanno individuato gli elementi da mantenere comuni e quelli da modificare secondo clima, risorse e preferenze locali. Le attività fisiche comprendevano salsa, tango e allenamenti nei parchi; le indicazioni alimentari includevano avocado, quinoa e semi di chia. I materiali sono stati adattati alle comunità ed è stata offerta assistenza aggiuntiva alle persone meno abituate agli strumenti digitali.
Secondo Lucia Crivelli, autrice principale e ricercatrice dell'istituto neurologico Fleni di Buenos Aires, l'obiettivo era rendere il percorso praticabile in contesti diversi preservandone gli elementi fondamentali. I risultati sostengono l'utilità di un intervento organizzato e del sostegno sociale, ma il confronto tra programmi composti da più attività non permette di attribuire il vantaggio a un singolo ingrediente. Per stabilire quanto questi benefici possano tradursi in una minore incidenza di demenza serviranno dati che misurino direttamente quell'esito.
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