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Armi nucleari in orbita? Un sensore potrebbe sciogliere il dubbio
Il fisico Areg Danagoulian del MIT ha proposto un sensore da montare su un satellite per cercare materiale nucleare nascosto a bordo di altri veicoli spaziali. Il dispositivo sfrutterebbe particelle già presenti intorno alla Terra per individuare un segnale rivelatore. Secondo i calcoli, potrebbe riuscirci da circa quattro chilometri di distanza. L’obiettivo è fornire uno strumento di verifica contro una minaccia capace di compromettere migliaia di satelliti commerciali, scientifici e militari.
La proposta, descritta in uno studio pubblicato su Nature, affronta una lacuna del Trattato sullo spazio extra-atmosferico: il divieto di collocare armi nucleari in orbita non dispone di un sistema affidabile e condiviso per controllare cosa contengano i satelliti. Una testata potrebbe restare all’interno di un veicolo apparentemente ordinario per anni, senza indizi visibili dall’esterno. Cercarne la presenza prima di un’esplosione richiede quindi una misura fisica del carico nascosto.
Il metodo usa i protoni ad alta energia intrappolati dal campo magnetico terrestre come sonde naturali. Quando colpiscono nuclei pesanti, come quelli dell’uranio, possono provocare l’emissione di numerosi neutroni. Il sensore cercherebbe questo eccesso di particelle proveniente dalla direzione del satellite sospetto. In termini semplici, sarebbe l’ambiente spaziale stesso a sollecitare il materiale, mentre un secondo veicolo ne misurerebbe la risposta.
La conseguenza concreta sarebbe poter raccogliere indizi misurabili su un carico sospetto e sostenere così le verifiche diplomatiche. Per chi segue la tecnologia, la posta in gioco comprende le comunicazioni satellitari e l’elettronica delle infrastrutture in orbita. La necessità di proteggerle prima che una minaccia si concretizzi richiama anche la corsa degli Stati Uniti alla crittografia resistente ai computer quantistici: in entrambi i casi, preparare le difese richiede di anticipare il danno.
Nello scenario calcolato, un rivelatore di neutroni grande all’incirca quanto un volume di enciclopedia potrebbe riconoscere il segnale a circa quattro chilometri dopo una settimana di osservazione. Avvicinandosi, i tempi potrebbero ridursi. Distanza e durata non sono però prestazioni misurate durante una missione: sono stime dello studio di fattibilità, da verificare con lo sviluppo e la sperimentazione dello strumento.
Il precedente di Starfish Prime mostra quanto possano durare gli effetti di una detonazione nello spazio. Nel 1962 gli Stati Uniti fecero esplodere una testata da 1,45 megatoni a circa 400 chilometri sopra il Pacifico. Il test interruppe comunicazioni radio e danneggiò o distrusse diversi satelliti; la radiazione rimase nell’ambiente orbitale per anni. Una singola esplosione può dunque compromettere anche veicoli che non rappresentano il bersaglio diretto.
Restano ostacoli tecnici e operativi: bisogna dimostrare che il sistema distingua il segnale cercato dalla radiazione di fondo e funzioni nelle condizioni reali dell’orbita. Anche mantenere un satellite ispettore vicino a un altro veicolo per giorni può suscitare sospetti di spionaggio o attacco. La ricerca propone una strada per cercare materiale compatibile con una testata, ma non dimostra che esistano armi nucleari già nascoste nello spazio né fornisce una scadenza per un sistema operativo.
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