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L'IT delle aziende ha perso il controllo della Shadow AI
Nell'80% dei casi, gli strumenti di intelligenza artificiale usati dentro le aziende funzionano senza che nessun reparto IT li abbia visti, approvati o messi in sicurezza. Lo mostra un'analisi condotta su 62 aziende di grande dimensione tra servizi finanziari, sanità, retail e telecomunicazioni, e su 500 server Model Context Protocol, il protocollo che permette agli agenti AI di collegarsi a dati e strumenti aziendali. Nelle aziende più piccole il fenomeno pesa ancora di più: si contano 414 strumenti AI ogni 1.000 dipendenti mai passati da un'approvazione tecnica.
Il rischio concreto si intuisce da un secondo dato: il 62% degli agenti osservati può leggere file e dati locali e, nella stessa sessione, collegarsi a Internet, la combinazione che rende possibile portare fuori dall'azienda informazioni riservate sfruttando permessi e credenziali OAuth già concessi per tutt'altro scopo. Il conteggio finale è di 637 vulnerabilità legate direttamente agli agenti AI in uso.
Gli agenti ereditano i permessi invece di riceverli da capo: un agente collegato al calendario aziendale per organizzare riunioni ottiene un token OAuth pensato per quello scopo, e se lo stesso agente viene poi collegato anche a un archivio documentale o a un CRM, l'accesso si somma senza che nessuno lo riautorizzi. Il report chiama questi accumuli "combinazioni tossiche": permessi legittimi uno per uno, che messi insieme aprono una strada verso dati esclusi dall'autorizzazione originale.
Si tratta di un rischio catalogato tra quelli tipici degli agenti, sotto la voce che gli specialisti chiamano abuso dei privilegi in eccesso. Un'altra rilevazione recente misura il fenomeno sul 94% delle aziende analizzate.
Una risposta di mercato esiste, e passa da un livello di controllo pensato apposta per gli agenti: un cosiddetto "MCP gateway" che si frappone fra l'agente e i server a cui prova a collegarsi, applica permessi granulari per ogni chiamata e registra chi ha fatto cosa. Ma è uno strumento che si aggiunge a un'infrastruttura già costruita: dove l'80% degli strumenti gira già senza supervisione, installarlo significa prima trovarli, uno per uno.
Chi adotta un nuovo agente AI in un reparto commerciale o marketing punta alla velocità: il permesso arriva già dentro l'abbonamento, e passare dall'IT sembra solo un rallentamento evitabile. Se quell'agente espone dati riservati, però, a rispondere della violazione, a spiegarla al management e ai clienti, e spesso a pagarne la bonifica, è il reparto IT che non aveva nemmeno saputo che l'agente esisteva.
La responsabilità della sicurezza resta sganciata da chi decide di adottare lo strumento, ed è esattamente questo scollamento a rendere pericoloso il 62% di agenti con accesso combinato a dati locali e Internet. Il problema si affronta spostando i controlli sugli accessi dalla rete aziendale ai singoli agenti: è l'approccio che propone di ripensare il perimetro difensivo attorno agli agenti stessi.
Il conto, alla fine, arriva a chi ha meno risorse per mapparlo in tempo: reparti IT già sotto organico, superati da un volume di adozione che nessuno aveva pianificato. Difendersi passa prima da un censimento onesto di cosa gira davvero in azienda, e solo dopo dagli strumenti per governarlo.
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