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The Dog Stars - Le stelle dopo la fine - La recensione
Malgrado alcuni debiti ancora da estinguere con la trilogia dei morti viventi di George Romero, il filone postapocalittico sta vivendo oggi, nelle sue diverse incarnazioni, una seconda giovinezza in cui l’elemento di critica sociale lascia spazio a una sorta di ripiegamento intimistico, una riflessione umanista in cui la catastrofe rispecchia la solitudine dei personaggi oppure la disgregazione della loro comunità. È il caso per esempio The Last of Us e, prima ancora, di Melancholia, del sottovalutato Light of My Life o del recente The Life of Chuck. Non metafore del nostro mondo, bensì trasfigurazioni del dolore che colpisce i protagonisti di queste storie.
Succede anche in The Dog Stars - Le stelle dopo la fine, tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller che, nel 2012, immaginava un virus capace di decimare l’umanità senza però generare nemmeno uno zombi. Solo morti, oltre alle tipiche gang in stile Mad Max: Fury Road e ai predatori solitari mossi principalmente dalla fame; in verità, ci sarebbe spazio pure per la solita comunità distopica col leader folle e autoritario, tuttavia Ridley Scott non sembra molto interessato a farne una questione politica. L’apocalisse gli "serve", infatti, per raccontare una serie di profili umani alla prova del lutto e dell’isolamento.
Hig (un Jacob Elordi sempre piuttosto inespressivo) vive la perdita della moglie tra i fantasmi del passato, approvvigionando col suo aereo una piccola comunità di montagna dove la vita sta faticosamente rinascendo. Predilige, tuttavia, la solitudine del volo oppure la compagnia del proprio cane, condividendo un insediamento praticamente inespugnabile con l’ex marine interpretato da Nick Nolte, cui la pandemia ha offerto l’opportunità di isolarsi e seguire in toto la legge marziale.
Queste due figure declinano a modo loro un tema cardine della filmografia di Scott, cioè la sfida con sé stessi e la propria nemesi sullo sfondo di un potere che esula dalla ragione, assumendo connotazioni mostruose. Succede pressoché letteralmente ne I duellanti e in The Last Duel, ma il discorso attraversa anche altre opere significative come Alien, Soldato Jane, Il gladiatore, Black Hawk Down, toccando persino Thelma & Louise.
Quando Hig decide di lasciare l’insediamento, la sceneggiatura inizia a raccontare un’altra Odissea per soddisfare quel bisogno di sapere che segna l’ultimo baluardo dell’umanità, in un mondo vittima della paura, dell’isolamento e di una sfiducia verso l'altro ambiguamente giustificata dal film. Scott predica tuttavia la necessità di fermarsi quando finalmente incontri le persone giuste, perché in effetti The Dog Stars – Le stelle dopo la fine rappresenta proprio una celebrazione delle piccole-grandi cose della vita, della normalità "borghese", di quei momenti banali ma accessibili solo se ti trovi con chi ami.
Non si tratta certo di un messaggio rivoluzionario: d’altronde, l’autore ottantottenne ci consegna questa testimonianza con una regia altrettanto convenzionale e uno sguardo pigramente derivativo, dove il registro "western" trova poche sfumature poetiche. Dimenticando, insomma, di guardare in alto e di puntare alle stelle, come fa il protagonista in cerca di una nuova direzione.
The Dog Stars - Le stelle dopo la fine è disponibile al cinema.
Con The Dog Stars - Le stelle dopo la fine, Ridley Scott rilegge il filone postapocalittico in chiave western, spogliandolo della paura, del "gore" e anche delle sue ricorrenti implicazioni politiche (ma quelle che ci sono rischiano di imboccare derive un po’ troppo ambigue), per fissare lo sguardo su un’umanità semplicemente bisognosa di amore e di normalità, dove la celebrazione delle piccole-grandi cose non si spinge mai oltre la banalità. A ottantotto anni suonati, il regista di Alien dimostra di saperci ancora fare con le scene d’azione e la costruzione della tensione, ma purtroppo è incappato di nuovo in una sceneggiatura quasi del tutto priva di mordente, cui peraltro ha aggiunto pochi spunti origina