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Resident Evil – La recensione
Il progetto di questo nuovo Resident Evil cinematografico nasce quando Zach Cregger, fan dichiarato della serie videoludica di Capcom, si forma ben chiara in testa l’idea per un film che la omaggi provando a ricreare attraverso il suo sguardo l’esperienza di giocarci, più che gli elementi del racconto. Può sembrare una cosa da nulla, ma certamente è un cambio di prospettiva significativo rispetto ai tentativi precedenti, molto più incentrati su un approccio legato a riletture dell’universo narrativo. Tant’è che Cregger l’ha detto chiaro e tondo, questo film sarebbe potuto esistere anche senza la licenza ufficiale, ma sarebbe comunque stato l’omaggio a Resident Evil che voleva essere. E insomma, è stato convinto chi di dovere, i diritti sono arrivati e il caro Zach ha avuto l’occasione di unirsi a Christopher Nolan e al team creativo di Lanterns nel club di quelli assaliti da tutte le direzioni sull’internet del 2026 (un saluto anche a Insomniac Games).
Viene da chiedersi se il cambio di "status" in cui è incappato Cregger nel frattempo abbia aiutato o no, perché tra l’avvio del progetto e l’uscita del film c’è stato un 2025 che l’ha visto passare da "regista del divertente cult Barbarian" a "nuova promessa dell’horror che con Weapons ha diretto uno tra i fenomeni cinematografici dell’anno e regalato un Oscar a Amy Madigan". Beh, vai a sapere. Tanto più che già coi suoi primi due film Cregger ha saputo dividere, fra gente che ha amato il primo ma non il secondo o viceversa o entrambi o solo metà di uno e metà dell’altro... E insomma, non si può mettere tutti d’accordo ma di sicuro sembra che non mettere d’accordo nessuno stia diventando il suo marchio di fabbrica. E quale modo migliore per consolidarlo che "provarci" con una IP i cui due precedenti sbarchi al cinema hanno già (riscosso successo ma) fatto imbestialire la gente? Già.
Questo Resident Evil è esattamente il film che mi aspettavo di trovare all’ingresso in sala. È un film di Zach Cregger, del quale conserva le ossessioni narrative, tematiche e strutturali emerse nei due lavori precedenti, oltre a quello che sta già concretizzandosi come il suo stile estetico e di messa in scena. Ma allo stesso tempo è in qualche modo una versione del suo cinema che mi è parsa normalizzata, raddrizzata, semplificata, meno ambiziosa nel mirare alto anche a costo di mancare brutalmente il bersaglio e farsi male. Però c’è Cregger, qua dentro, c’è quel suo gusto per il racconto di un’America giovane, provinciale, ai margini, e del suo quotidiano che si scioglie di fronte all’orrore non solo dei singoli mostri, ma anche di una società e un sistema che quei mostri li genera. C’è il suo divertimento nello scrivere sceneggiature che si appoggiano su cambi di prospettiva, qui meno smaccato e "strutturale" rispetto a quanto visto nei due film precedenti ma comunque usato in maniera gustosa per dare vita a un finale casinista e pasticcione.
C’è il suo gran lavoro sulla costruzione delle immagini, sui movimenti di macchina, su un linguaggio cinematografico che è certamente quello di Barbarian e Weapons ma che qui viene ulteriormente piegato al desiderio di riprodurre le dinamiche della tensione, dell’attesa, della scoperta, che sono appunto tipiche di un certo tipo di videogioco horror e soprattutto dei Resident Evil contemporanei. Insomma, per capirci, non ci si aspettino inquadrature sghembe in stile PlayStation 1, ma un sacco di lunghi piani sequenza “appoggiati” sulle spalle del protagonista e pure qualche passaggio in prima persona. Sono soluzioni che non hanno un sapore imposto, intanto perché già emerse nel cinema precedente di Cregger, ma poi perché non vengono mai usate in maniera forzata, hanno sempre un senso e un contesto nell’ottica del lavorare sulla tensione e soprattutto sullo sguardo, sul riprodurre l’esperienza di giocare a un Resident Evil attraverso un film che non si allontana mai dall’occhio del suo protagonista.
Non c’è uno stacco di montaggio che ci mostri qualcosa che