// TOM'S HARDWARE ITALIA — INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Con l'AI dovremmo lavorare meno, e invece inventiamo "bullshit jobs". Perché lo facciamo?
Chi usa l'AI regolarmente sul lavoro risparmia in media otto ore alla settimana, quanto un'intera giornata lavorativa. Due lavoratori su tre, però, non ricevono nessuna indicazione su come reinvestire quel tempo, e più della metà non lo usa per attività più strategiche. Il tempo si trasforma quasi sempre in altro lavoro, non in meno lavoro.
Un paper del National Bureau of Economic Research, che ha passato al setaccio due decenni di diari orari di lavoratori americani, arriva alla stessa conclusione: chi lavora in un mestiere più esposto all'AI lavora di più da quando è arrivato ChatGPT, non di meno. È il rovescio esatto di quello che ogni nuova tecnologia promette da sempre.
L'esposizione non è uniforme. Il paper distingue i mestieri dove l'AI generativa sostituisce mansioni cognitive ripetitive, come la redazione di documenti o la prima stesura di codice, da quelli dove il contatto resta marginale, e l'aumento di ore si concentra nei primi. Sono gli stessi compiti che il report BCG associa al risparmio di otto ore a settimana, il che rende la coincidenza tra le due fonti più solida di una semplice somiglianza di superficie.
Angela Kingdon ha passato l'ultimo anno a costruire da sola una catena di agenti AI, pensata apposta per restituirle tempo: uno raccoglie i dati grezzi, un altro li rielabora, un terzo prepara le bozze pronte per la revisione, in un flusso che avrebbe dovuto sostituire ore di lavoro manuale ripetitivo. Kingdon voleva liberare tempo per il lavoro che conta davvero, quello che nessun agente può ancora fare al suo posto. Ha raccontato che il risultato è stato l'opposto, una vera tassa dell'automazione: più agenti da controllare, più output da correggere, meno tempo per il lavoro che l'automazione doveva liberare.
Il meccanismo ha un nome più vecchio dell'AI. Il paradosso di Jevons osserva che un aumento di efficienza in un consumo lo fa crescere, perché apre usi nuovi che prima non convenivano: un carbone più economico da bruciare finisce per essere usato di più, per compiti che prima si evitavano proprio per il costo, lo stesso pattern osservato con l'elettricità a basso consumo o con la banda larga più veloce, che hanno spostato il consumo su usi nuovi invece di comprimerlo. Con il lavoro cognitivo succede lo stesso: il tempo che l'AI libera si riempie da solo, con un compito nuovo al posto di quello automatizzato.
Il costo di questo meccanismo cade in modo diseguale, ed è più alto proprio per chi ha scelto l'automazione per riprendere il controllo del proprio tempo. Un'indagine del Lilac Centre su oltre 600 imprenditori neurodivergenti nel Regno Unito registra che il 76% ha aperto un'attività in proprio per lavorare secondo i propri ritmi, fuori da un orario deciso da altri. Il 79% segnala comunque un carico di lavoro insostenibile o un principio di esaurimento, e chi si mette in proprio per riprendere il controllo del proprio tempo finisce spesso per perderlo lo stesso, solo con un capo in meno a cui rispondere e nessuno che gli ricordi di fermarsi.
Chi lavora in proprio non è il solo a pagarne il costo. Tom's Hardware ha già raccontato come, dopo le ondate di licenziamenti giustificate con l'efficienza dell'AI, il conto finisca sulle spalle di chi resta, con più mansioni e le stesse ore in busta paga, e come il tempo liberato dall'AI vada ripensato come uno spazio da progettare, più che come un totale di ore da misurare. I dati aggregati confermano la stessa direzione da un altro angolo: la produttività delle aziende resta ferma, mentre l'entusiasmo iniziale sull'AI si raffredda, e chi usa l'AI con metodo lavora comunque meglio e guadagna di più, un margine che spiega perché nessuno rinuncia allo strumento anche quando il tempo che libera cambia proprietario, da chi ha automatizzato un compito a chi deve ancora gestirne le conseguenze.
La prima lettura è la più semplice: il tempo che l'AI restituisce diventa produzione aggiuntiva, dentro lo stesso numero di ore pagate. Succede a un consulente che