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Dynasty Warriors 3: Complete Edition Remastered - La recensione
Il mio primo contatto con Dynasty Warriors 3 avvenne poco prima di affacciarmi al giornalismo di settore; ne lessi la recensione sul numero di una vecchia rivista di videogiochi, e rimasi estremamente attratto dal concetto di trovarmi in prima persona su un enorme campo di battaglia influenzando l'esito degli scontri attraverso le mie gesta. Non era la prima volta che un concetto del genere si faceva strada: Uprising, nel 1997, si era già mosso in una direzione simile, così come Battlezone nel 1998. Dynasty Warriors 3, però, permetteva di affacciarsi alla guerra nei panni di un eroe del periodo cinese detto dei Tre Regni, seminando morte e distruzione come una divinità battagliera.
Con la possibilità di affrontare migliaia di soldati su schermo e giusto quel minimo di profondità strategica tale da rendere la decisione di dove spostarsi effettivamente importante, i livelli del gioco erano estremamente eccitanti. Arriviamo quindi a oggi, nel 2026, quasi trent’anni dopo l’uscita del titolo originale, con Dynasty Warriors 3: Complete Edition Remastered, operazione di ripristino e ammodernamento che funziona fino a un certo punto. Basta, infatti, dare una mano di vernice a un titolo così vecchio per renderlo divertente e competitivo nel mercato attuale?
L’anima di Dynasty Warriors 3 è rimasta in ogni caso intatta: si sceglie uno degli eroi da un gruppo ben nutrito (e destinato a espandersi con l'avanzare dell'esperienza) e si scende sul campo di battaglia. Ciò che ho sempre apprezzato nella serie è la sua "integrità": se si decide di procedere superficialmente, attaccando dove capita, è molto facile perdere lo scontro perché gli ufficiali alleati finiscono per essere sconfitti, mentre i punti strategici avversari non vengono conquistati in modo appropriato.
Studiare la mappa dello scontro, capire dove gli ufficiali nemici potrebbero attaccare o quali obiettivi appaiono sguarniti (come ad esempio i cancelli, da cui possono arrivare rinforzi) è importante, così come lo è prestare attenzione ai vari eventi nel corso della battaglia in modo da cogliere situazioni particolari capaci di sbloccare armi o oggetti unici.
Non si deve comunque pensare che l’anima del gioco sia quella di uno strategico: in realtà, siamo più dalle parti di un picchiaduro in cui si fanno fuori centinaia di nemici, se non migliaia, con scontri sporadici contro ufficiali che agiscono da "boss", ognuno con le sue mosse speciali e teoricamente potenti quanto il nostro eroe. Il sistema di combattimento è piuttosto semplice: abbiamo un tasto di attacco normale, uno potente e infine "l'attacco musou", una sorta di supermossa che può venire utilizzata per commettere crimini di guerra e stragi all’interno dell’esercito nemico.
Gli attacchi di base possono essere alternati a piacere con quelli pesanti e, a seconda del momento, si attivano specifici effetti secondari che possono variare tra il lanciare gli avversari in aria, stordirli, o scagliare onde energetiche che fanno volare via decine di soldati in un colpo solo neanche si stesse vivendo il filmato introduttivo de La Compagnia dell'Anello. La trama, invece, è relativamente semplice, ispirata al testo cinese Il romanzo dei Tre Regni, composto attorno al quattordicesimo secolo da Luo Guanzhong.
Ho anche un personaggio preferito all’interno del libro (e del gioco): Xiahou Dun, un generale di Wei e cugino del capo dell’intera fazione; una personcina calma e a modo che durante una battaglia inseguì un generale nemico tra le fila del suo stesso esercito. Un secondo ufficiale, un arciere, centrò Xiahou Dun con una freccia in piena faccia perforandogli un occhio; con molta flemma, l'uomo estrasse il dardo dalla faccia dichiarando qualcosa tipo "Questo è il sangue di mio padre e di mia madre, non lo getterò via!", e si mangiò l’occhio, dopodiché uccise il tizio che lo aveva ferito, lasciando di stucco tutti i soldati.
Un dettaglio significativo da tenere presente è che il mio personaggio preferito nell’intera ambienta