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Street Fighter - La recensione
Cos’è Street Fighter per la generazione Millennial? Tantissime cose, direi, che vanno anche oltre i pomeriggi a lanciare 500 lire nei cabinati per essere quelli più fighi della cumpa, ma che accompagnano il modo stesso con cui abbiamo attraversato gli anni ‘90. Ancora più di Out Run nel decennio precedente e in una maniera decisamente differente rispetto a tutte le saghe nate proprio in quegli anni e diventate poi pop, Street Fighter nasce e cresce nei bar, diventa, soprattutto in Occidente, uno dei primi videogiochi davvero trasversali, oggetto di culto e lifestyle. Tra uno Shoryuken, un Hadoken e un più capitalista Sonic Boom, il titolo Capcom è letteralmente il calcetto dei videogiochi, democratico, aperto a chiunque, estremamente accessibile eppure incredibilmente profondo. Soprattutto, però, è parte del ritratto generazionale di quegli anni ed è anche un pioniere nel modo in cui la comunità di un videogioco si appropria in maniera identitaria dei singoli personaggi.
La soglia di "Here comes a new challenger", che segna l’ingresso di Ken Masters nel campo della realtà come personaggio subalterno nel primo episodio della saga, a fine anni ‘80, diventa la norma di ingresso in Street Fighter II - The World Champion. Ovvero, in termini di finzione, quando quel pezzo di fango di M.Bison ha la comunque ottima idea di indire un torneo nella più grande tradizione di ottocentocinquantamila anime/manga/film di arti marziali per i suoi loschi scopi, offrendoci quindi per la prima volta la possibilità di scegliere chi essere in quel guazzabuglio di icone cariche di stereotipi culturali e di genere che costituiva il roster del secondo capitolo. Poi cioè, si potrebbero fare tanti discorsi sul come Akira Nishitani abbia capitalizzato un errore introducendo le combo e tante bellissime robe tecniche, ma ehi, qui dobbiamo a un certo punto parlare del film, e ci interessa l’anima culturalmente più identitaria di Street Fighter e di come il secondo capitolo, a suo modo, abbia cambiato la storia di una generazione e abbia contribuito a fondare una mitologia.
E siccome siamo nell’epoca in cui il peso degli immaginari viene calcolato soprattutto in fatturato, le iterazioni di quel franchise diventano tante, troppe, vengono tradite e costituiscono una mitologia nella mitologia. Facciamo che quindi i due live action precedentemente tratti dalla saga, quello del 1994 con Van Damme e Raul Julia e l’ancora più infamato e bizzarro tentativo del 2009 di esplorare le origini di Chun-Li interpretata dall’attrice canadese (!?) Kristin Kreuk li lasciamo lì, a conferma del fatto che quando un’opera diventa patrimonio della cultura pop fa parte del gioco il fatto che venga sfruttata, maltrattata, reinventata.
Nel cestone del Pasqualone di Street Fighter possiamo mettere davvero tante cose, belle, brutte, imbarazzanti, ridicole, perché d’altra parte il materiale d’origine si presta davvero a qualsiasi interpretazione, visto che è un meraviglioso caleidoscopio pretestuoso per generare fomento, esaltazione, amicizie e rivalità. Tanto che siamo ancora qui a ricordare che una delle robe più fighe mai create con il logo di Street Fighter è Super Puzzle Fighter II Turbo, no? Fatta la dovuta premessa, la cosa migliore di Street Fighter, il film ora in sala, diretto da Kitao Sakurai (che ha ereditato da Legendary l’annoso compito dopo che, a fine 2024, i fratelli Philippou hanno lasciato la direzione del progetto) parte esattamente da qui. Non so quanto sia cambiata in corso d’opera una produzione evidentemente non lineare, ma il presupposto dell’intero film, in maniera tutto sommato coerente con l’identità della saga, mi è sembrato un onesto, catartico e fantastico "Vale tutto".
E sapete cosa c’è? C’è che quest’approccio, per quanto a tratti scalcinato, matto, sopra le righe e, vi dirò, per nulla scontato, alla fine paga i suoi dividendi e sono convinto che li potrebbe pagare anche in termini pratici in sala, pur inevitabilmente andando a deludere chi si aspetta