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Bully: perché dopo 20 anni il capolavoro Rockstar merita ancora un sequel
Se oggi Rockstar Games è considerata fra le aziende più forti e popolari di tutta l'industria dei videogiochi, in parte lo deve anche alla sua visione creativa avanti decenni. Un esempio? Canis Canem Edit, quello che era conosciuto come Bully, videogioco datato 2006 e ancora oggi un capolavoro senza pari.
Insieme a L.A. Noire, Red Dead Redemption e, ovviamente, la saga di Grand Theft Auto, Rockstar Games ha sempre saputo quale direzione intraprendere nel mercato videoludico. E lo ha fatto senza snaturare la formula che ha contraddistinto lo sviluppatore inglese. Ma come avrete intuito oggi vogliamo fare un elogio a Bully, uno dei videogiochi Rockstar Games più interessanti e per questo ancora oggi validi.
Anzitutto parliamo dai dati oggettivi: Bully ha raccolto il favore indistinto di pubblico e critica, portandosi a casa un Metascore di ben 87 punti su 100. Un ottimo risultato per una IP nuova di pacca, che ha consacrato ancora di più lo studio di GTA dopo il trittico di capolavori Vice City, San Andreas e IV. Qui la formula dell'action open world veniva in parte ripensata e adattata alla vita scolaresca, precisamente in quel del New England.
La cittadina dove si trovava la Billworth, scuola in cui era ambientata l'avventura di Jimmy Hopkins, era liberamente esplorabile in lungo e in largo. Un'open map davvero esilarante e non, come molti sostengono - sbagliando - un GTA con il freno a mano tirato. Qui le rapine facevano largo alle risse scolaresche, i bulli e gli atleti erano in costante competizione e i veicoli da rubare non erano auto o moto ma... biciclette. Niente pistole, fucili o bazooka, ma fionde, mazze da baseball e ovviamente cazzotti, usati per difendersi o attaccare.
Insomma, a questo punto avrete capito che Bully rappresentava e rappresenta ancora oggi un approccio unico al genere. Un adattamento di spessore che dimostrava quanto Rockstar Games fosse illuminata all'epoca, capace di sfornare IP con una naturalezza disarmante. Una forma mentis che oggi forse lo sviluppatore anglosassone - e l'industria tutta - ha un po' perso. E se vi fosse venuta nostalgia di Bully, riscopritelo in Unreal Engine 5.
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