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Pebble, il ritorno: alla fine lo smartwatch open ce l'ha fatta
Pebble è tornato davvero. Il 14 luglio 2026 l’azienda ha confermato di avere prodotto oltre 23.000 Pebble Time 2 dall’avvio della produzione di massa, avvenuto il 24 marzo, e di avere evaso più dell’80% dei preordini. Oltre 19.000 esemplari risultavano già in uso, con spedizioni arrivate in 93 Paesi: numeri che trasformano il rilancio di Eric Migicovsky da promessa per appassionati a prodotto concretamente consegnato.
È una distinzione importante perché questo Pebble Time 2 non è il Time 2 cancellato nel 2016, anche se utilizza lo stesso tipo di display previsto per quel progetto mai commercializzato. Il nome porta con sé una storia interrotta, ma l’orologio del 2026 è nuovo hardware, costa 225 dollari ed è già al polso di migliaia di persone. La domanda, quindi, non è più se Pebble possa tornare: è che cosa sia tornato e se abbia ancora senso provarlo.
Il nuovo modello conserva una scelta tecnica precisa: uno schermo e-paper da 1,5 pollici, capace di visualizzare 64 colori con una risoluzione di 200×228 pixel e una densità di 202 DPI. L’interazione passa sia dal touchscreen sia da quattro pulsanti, una combinazione che mantiene centrale il controllo fisico senza rinunciare al tocco.
La cassa misura 43,00×36,04×10,90 millimetri e pesa 33 grammi senza cinturino, mentre l’attacco standard a sgancio rapido da 22 millimetri evita soluzioni proprietarie. All’interno trovano posto un’IMU a sei assi, il cardiofrequenzimetro, la bussola, due microfoni, un altoparlante, la vibrazione lineare e la retroilluminazione RGB.
Il dato più convincente è però quello raccolto nell’uso quotidiano: al 14 luglio l’autonomia mediana era di circa 21 giorni, contro i 14 giorni medi rilevati nella fase iniziale della produzione. Ogni esemplare viene inoltre collaudato per una resistenza all’acqua di 30 metri, equivalenti a 3 ATM, pur non essendo progettato come orologio subacqueo.
Il vero elemento di continuità è PebbleOS open source, compatibile con oltre 10.000 applicazioni e quadranti storici. Per Time 2 e Round 2 ne erano già stati creati o adattati 2.120, mentre la nuova app Pebble per iOS e Android supporta anche il Kickstarter originale, Pebble Steel, Time, Time Round e Pebble 2. Non è soltanto un recupero estetico: il vecchio catalogo software continua a far parte dell’esperienza.
Il ritorno non è comunque privo di attriti. Restavano tre problemi software principali senza una data di risoluzione: misurazioni inaccurate di passi e sonno per alcuni utenti, arresti occasionali dell’accelerometro e blocchi o tocchi errati del touchscreen. Pebble aveva sostituito gratuitamente 330 unità; tra i casi documentati figuravano 51 rotture del vetro e 32 problemi ai pulsanti.
La risposta alla domanda se valga la pena riprovarlo è dunque sì, ma con una condizione chiara. Pebble Time 2 offre un’autonomia mediana di tre settimane, controlli fisici, un ecosistema software ampio e la compatibilità con il patrimonio storico del marchio; chi considera essenziali misurazioni di attività e sonno impeccabili o un touchscreen già privo di incertezze deve invece tenere presenti i problemi ancora aperti. Le 17,82 milioni di ore cumulative di utilizzo dimostrano che non siamo davanti a un prototipo, ma non cancellano i difetti.
Per capire il peso di queste consegne bisogna risalire al lavoro iniziato da Eric Migicovsky nel 2008. Da quell’esperienza nacque inPulse, destinato ai telefoni BlackBerry, e successivamente il primo Pebble. La sua campagna Kickstarter, aperta l’11 aprile 2012, raccolse 10.266.845 dollari da 68.929 sostenitori entro il 18 maggio, superando di oltre cento volte l’obiettivo iniziale di 100.000 dollari.
Le spedizioni del Pebble originale cominciarono il 23 gennaio 2013. Nel gennaio 2014 arrivò Pebble Steel, con cassa in acciaio, Gorilla Glass e impermeabilità fino a 5 ATM; il mese seguente debuttarono su iOS Pebble Appstore e Pebble OS 2.0, seguiti il 7 marzo dalla versione Android completa. Hardware e software crescevano insieme, creando il