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Il Danubio è ai minimi e spegne l'unica centrale nucleare romena
L’operatore statale della centrale di Cernavodă ha avviato lo spegnimento controllato dell’Unità 2, dopo che il primo reattore era già stato scollegato dalla rete. L’unico impianto nucleare della Romania resta così completamente fuori servizio: il livello eccezionalmente basso del Danubio non permette di mantenere il flusso d’acqua richiesto durante il normale funzionamento.
La decisione è stata presa da Nuclearelectrica in seguito alla continua discesa del fiume, aggravata dalla combinazione di siccità, temperature elevate e precipitazioni insufficienti. Cernavodă dispone di due reattori CANDU: l’Unità 1 era stata fermata in precedenza, mentre la seconda ha continuato a produrre fino al raggiungimento delle soglie operative stabilite.
Ciascuna unità offre una potenza installata di circa 706 MW. Quando entrambi i reattori sono collegati alla rete, la centrale fornisce circa il 20% dell’elettricità romena, rendendo il fermo simultaneo particolarmente pesante per il sistema energetico nazionale. Non si tratta, tuttavia, di un guasto al reattore o di un incidente radiologico.
I CANDU impiegano acqua pesante nei circuiti nucleari, ma l’impianto necessità anche dell’acqua proveniente dal Danubio per il circuito di raffreddamento e per sottrarre calore ai condensatori delle turbine. Se il livello del fiume scende troppo, portata e capacità di aspirazione non risultano sufficienti per sostenere la produzione alla potenza prevista. Anche dopo il fermo restano attivi i sistemi necessari a smaltire il calore residuo in condizioni di sicurezza.
Le autorità avevano tentato di preservare l’afflusso verso la centrale con interventi straordinari, tra cui il reindirizzamento dell’acqua, l’affondamento di quattro chiatte cariche di rocce e la rimozione controllata di ostacoli nel letto del fiume. Le operazioni hanno ritardato lo stop, senza però impedire l’arresto controllato della seconda unità.
La crisi di Cernavodă rientra in un quadro più ampio, già evidente nell’analisi dei fiumi europei in secca e dei rischi per trasporti ed energia: la riduzione delle portate colpisce contemporaneamente navigazione commerciale, produzione idroelettrica e impianti termoelettrici che dipendono dall’acqua per la condensazione del vapore.
Il ministero dell’Energia romeno prevede di compensare la produzione nucleare mancante attraverso fonti alternative e importazioni. La perdita di oltre 1,4 GW di capacità programmabile può comunque aumentare la dipendenza dagli scambi transfrontalieri, soprattutto nelle fasce in cui fotovoltaico ed eolico non riescono a coprire la domanda.
La riaccensione dipenderà dal recupero di un livello idrico compatibile con i parametri operativi, non da una semplice decisione commerciale. Il fermo mette quindi al centro la resilienza climatica delle infrastrutture energetiche: anche una centrale capace di produrre continuamente e con basse emissioni può diventare vulnerabile quando prese d’acqua, canali e pompe sono dimensionati per condizioni fluviali ormai sempre meno prevedibili.
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