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I cani capiscono le emozioni umane: lo dice la scienza
I volti umani felici attivano nel cervello dei cani una risposta estesa soprattutto nell’emisfero destro, dalla corteccia temporale fino al nucleo caudato. È quanto emerge dalle scansioni di risonanza magnetica funzionale condotte su 14 cani svegli e addestrati a restare immobili. Lo studio, pubblicato su iScience, ha inoltre individuato pattern cerebrali differenti davanti ad alcune espressioni negative.
La ricerca comprendeva due esperimenti parzialmente sovrapposti. Nel primo, otto cani hanno osservato immagini di volti umani felici e neutrali. Nel secondo, dodici animali sono stati esposti anche a espressioni di paura, rabbia e tristezza. Il campione includeva diverse razze, tra cui border collie, golden retriever e labrador, oltre a un meticcio. Tutti i volti mostrati appartenevano a sconosciuti, così da ridurre l’influenza del rapporto con il proprietario.
Ottenere dati utilizzabili ha richiesto un addestramento specifico. I cani dovevano rimanere svegli e quasi completamente immobili all’interno dello scanner durante sessioni di sei minuti. Uno spostamento superiore a circa tre millimetri poteva compromettere l’intera acquisizione. Questo metodo ha permesso a Laura V. Cuaya, Raúl Hernández-Pérez e agli altri autori di osservare l’attività cerebrale senza ricorrere alla sedazione.
Le analisi multivariate, affiancate da tecniche di apprendimento automatico, hanno separato con successo i pattern associati a felicità e paura, paura e rabbia, oltre a paura e tristezza. Il modello non è riuscito invece a distinguere con affidabilità tristezza e rabbia. I risultati indicano quindi che alcune espressioni producono configurazioni neurali riconoscibili, mentre altre rimangono difficili da separare con i dati disponibili.
La risposta ai volti felici partiva in particolare dalla corteccia temporale destra e raggiungeva il nucleo caudato, una struttura già associata nei cani a cibo, odori familiari e segnali di ricompensa. Gli autori interpretano questa attività come un possibile segnale della valenza positiva attribuita all’espressione osservata. La discriminazione neurale, precisano però i ricercatori, non dimostra che i cani vivano o comprendano le emozioni nello stesso modo degli esseri umani.
Il campione ridotto rappresenta il limite principale dello studio. I 14 animali erano sani e abbastanza addestrati da tollerare lo scanner restando immobili, caratteristiche che impediscono di estendere automaticamente i risultati a tutti i cani. Il gruppo di ricerca collega la sensibilità alle espressioni umane alla lunga storia di convivenza e domesticazione della specie, presentando questa spiegazione come un’interpretazione evolutiva ancora da verificare su popolazioni più ampie e diversificate.
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