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MLflow, la falla nei webhook è già sfruttata dagli hacker
CISA ha confermato che aggressori informatici stanno già sfruttando una vulnerabilità critica di MLflow, piattaforma open source impiegata per sviluppare, valutare e monitorare applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. La falla, identificata come CVE-2026-64849, può aprire l’accesso a servizi interni e credenziali cloud attraverso istanze non aggiornate. L’ampiezza della possibile esposizione è considerevole: MLflow supera i 30 milioni di download mensili ed è utilizzato da migliaia di organizzazioni.
Il problema riguarda un bypass basato su DNS rebinding che rende possibile un attacco SSRF, acronimo di Server-Side Request Forgery, nel sistema di consegna dei webhook in uscita. Un utente privo di autenticazione può indurre il server vulnerabile a effettuare richieste HTTP verso indirizzi arbitrari, compresi endpoint loopback, servizi raggiungibili soltanto dalla rete interna e configurazioni dei metadati cloud. La correzione è stata distribuita con la versione 3.15.0 di MLflow.
La configurazione predefinita del Tracking Server contribuisce ad ampliare il rischio. Quando il comando mlflow server viene avviato senza autenticazione e con il backend SQLite standard, l’API dei webhook del registro dei modelli rimane accessibile senza credenziali. L’endpoint sincrono POST /api/2.0/mlflow/webhooks/{id}/test restituisce inoltre al chiamante sia lo stato sia il contenuto della risposta ricevuta dal servizio contattato.
Questa combinazione consente a un aggressore remoto di usare MLflow come ponte verso risorse normalmente isolate dal perimetro pubblico. Tra i bersagli possibili rientrano pannelli amministrativi interni, host presenti nella rete locale e servizi di metadati delle macchine virtuali. Nel caso di AWS, l’attacco può portare al furto di credenziali IAM, con una complessità operativa giudicata bassa e senza richiedere privilegi preliminari sull’istanza.
CISA ha aggiunto la vulnerabilità al catalogo KEV, che raccoglie le falle già sfruttate in attacchi reali. Le agenzie federali civili statunitensi devono mettere in sicurezza le proprie installazioni entro due settimane, in applicazione della BOD 26-04. La direttiva assegna priorità agli asset esposti pubblicamente, alle vulnerabilità sfruttabili su larga scala tramite automazione e ai problemi capaci di offrire un controllo parziale o completo del sistema colpito.
La pressione sulle difese coinvolge servizi e utenti molto diversi: dalle piattaforme MLOps pubblicate su Internet fino agli ambienti di comunicazione nei quali le segnalazioni di adescamento online sono cresciute del 125%. In entrambi gli scenari, una superficie digitale esposta offre agli aggressori punti d’ingresso che possono essere individuati e sfruttati in modo automatizzato.
L’obbligo federale statunitense non si applica direttamente alle aziende private o alle organizzazioni di altri Paesi, ma CISA invita tutti i responsabili di rete a dare priorità alla correzione. Gli amministratori devono verificare quali server MLflow siano raggiungibili da Internet e portarli almeno alla release 3.15.0. Le istanze rimaste vulnerabili possono trasformare una semplice funzione di test dei webhook in uno strumento per esplorare reti interne e sottrarre segreti cloud.
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