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Astronauti nello spazio: la microgravità frena l'intestino
Durante i soggiorni sulla Stazione Spaziale Internazionale, nel sangue degli astronauti aumentano diversi metaboliti prodotti dalla fermentazione batterica delle proteine. Il segnale, emerso da un’analisi longitudinale condotta dall’Università di Copenaghen con la collaborazione della NASA, è compatibile con un rallentamento del transito intestinale in microgravità. Le alterazioni compaiono poco dopo il lancio e tendono a regredire nei giorni successivi al ritorno sulla Terra.
Il gruppo ha esaminato 488 campioni di plasma appartenenti a 52 astronauti impegnati in missioni sulla ISS durate da due a nove mesi, tra il 2006 e il 2018. Il campione comprendeva 41 uomini e 11 donne, con un’età media di circa 48 anni. Nel dettaglio, 154 prelievi erano stati effettuati prima del volo, 233 in orbita e 101 dopo il rientro, permettendo di seguire l’evoluzione del metabolismo nelle diverse fasi della missione.
L’analisi metabolomica LC-HRMS ha individuato variazioni in circa 40 composti circolanti. Fra quelli aumentati durante il volo figurano p-cresolo solfato, fenilacetilglutammina e 4-etilfenolo solfato, tutti associati all’attività microbica sulle proteine. Giorgia La Barbera, Jan Stanstrup, Henrik M. Roager e Lars Ove Dragsted interpretano questo quadro come un indizio di permanenza più lunga del cibo nell’intestino.
L’ipotesi è che, una volta consumati fibre e carboidrati disponibili, il microbiota intestinale utilizzi maggiormente le proteine. La fermentazione proteica può generare ammoniaca, idrogeno solforato e altri metaboliti potenzialmente sfavorevoli. Lo studio, però, non dimostra che queste sostanze abbiano già provocato danni agli astronauti e non ha misurato direttamente né la motilità intestinale né la composizione del microbioma.
Le variazioni risultavano associate soprattutto alle fasi di lancio e rientro, senza un chiaro peggioramento progressivo in funzione dei mesi trascorsi nello spazio. Anche la dieta non sembra spiegare da sola il fenomeno: i cambiamenti collegati al consumo di caffeina, pesce e alcuni grassi rappresentavano meno di un terzo delle alterazioni metaboliche osservate. Gran parte dei valori tornava verso i livelli iniziali pochi giorni dopo il ritorno sulla Terra.
Tra le possibili contromisure, i ricercatori indicano un maggiore apporto di fibre e carboidrati a fermentazione lenta, insieme a prebiotici o interventi capaci di favorire la peristalsi. L’obiettivo sarebbe offrire al microbiota substrati alternativi alle proteine durante le missioni prolungate. Sono indicazioni ancora da verificare con misure dirette del transito intestinale e del microbioma, come chiarito nel resoconto dell’Università di Copenaghen.
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